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Gabrielli A., 1997. Appunti dalle lezioni per il corso di Storia dell’assestamentoGabrielli A., 1997. Appunti dalle lezioni per il corso di Storia dell’assestamento. Facoltà di Scienze Forestali. Firenze Col tema della conservazione si svilupperà, di pari passo, la necessità di una conoscenza e di una valutazione scientifica del capitale legnoso di quella, cioè, che sarà poi chiamata provvigione ed del relativo incremento utilizzabile. Dalla combinazione di questi parametri nasceranno i sistemi complessi di assestamento forestale. Ma lo schema di base adottato, fin dall’inizio, per il mantenimento del bosco in buon grado di produttività, fu semplicissimo. Si trattò di adottare una regola nella successione dei tagli, in base all’estensione del bosco, alla specie ed alla biologia delle piante da tagliare. Fu quindi adottato il metodo, che in taluni casi dura tutt’oggi e di cui in seguito esamineremo una certa casistica, della ripartizione del bosco in prese annuali che in seguito sarà chiamato planimetrico spartitivo. Prima però di concepire ed applicare una suddivisione del bosco in tante sezioni da tagliare annualmente, un altro elemento fondamentale doveva essere preventivamente conosciuto: il turno. tagli, fatti dapprima senza particolari regole, devono aver alimentato una notevole conoscenza in materia di prodotti ritraibili dalle diverse specie legnose fino alla constatazione biologica che per quella data specie, dopo un certo numero di anni dal taglio precedente, si poteva riottenere materiale adatto a certe esigenze. Il turno sarebbe nato, quindi, empiricamente, dall’esperienza fatta sul campo. etruschi hanno probabilmente adottato delle regole per il taglio dei loro boschi, forse essi già applicarono il turno e le sezioni, anche se con ciò non voglio dire che quel popolo abbia inventato l’assestamento forestale. Penso, comunque, che gli etruschi non si siano preoccupati di migliorare o di accrescere la consistenza e la struttura dei loro boschi, certamente molto più estesi e più densi di quelli odierni, anche perchè essi furono maestri nell’arte dell’agricoltura e nelle pianure litoranee questa finì con avere il sopravvento.” ……………… Gli scrittori latini di cose agrarie, da Catone a Gabrielli A., 1997. Appunti dalle lezioni per il corso di Storia dell’assestamento. Facoltà di Scienze Forestali. FirenzeColumella e a Plinio il Vecchio, non hanno mai scritto, nelle loro opere tecniche, qualcosa che possa riferisi ad un assestamento forestale. e di aextimatio solo per gli alberi fruttiferi ed in particolar modo per gli olivi, poichè avevano osservato che la relativa fruttificazione, e quindi il prodotto, era abbondante solo ad anni alterni. Scompartendo in sezioni il pometo o l’oliveto, sulle quali eseguivano anche le cure colturali, si sarebbero garantiti una produzione abbondante e annua. In epoca romana i boschi erano distinti in due grandi categorie: silvae incaedue e silvae caedue. Le prime erano gli altofusti dedicati al pascolo ghiandifero, data la vastissima e quasi assoluta presenza dei querceti, le seconde erano i cedui che si tagliavano periodicamente. Poiché i Romani utilizzavano il ceduo in funzione delle loro pratiche agrarie, in particolare per gli orti e per le vigne, stabilirono per i vincheti un turno biennale adatto a produrre virgulti per legare le viti, un altro quadriennale sempre per i salici atto a produrre materiale più grosso per le ceste e per i fiscoli da olio, uno settennale per la paleria di castagno ed uno decennale per i cedui di quercia usati per paleria o per legna da ardere. In altri termini, si era individuato il cosiddetto turno tecnico che sarà la chiave di volta per l’assestamento dei nostri boschi per molti secoli ancora. Per i boschi d’alto fusto, come i querceti da ghianda, si usava il taglio saltuario, con un periodo di curazione minimo di cinque anni, allo scopo di diradare il bosco e favorire la produzione del frutto. turni settennali per il ceduo di castagno e decennali per quello di quercia li ritroveremo inalterati nei secoli successivi, quasi si trattasse di turni codificati. de jure nelle Terminazioni (regolamenti) forestali venete del XVI secolo, nella legge del 1811 della Repubblica Cisalpina, nella legge forestale borbonica del 1819 ed in quella piemontese del 1826. In Toscana li ritroviamo nelle leggi medicee finché durò quella dinastia. |
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