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Gli effetti del fuoco sui popolamenti forestalia cura di Giovanni Bovio, F. Meloni, M. Zerbini Considerando gli effetti del passaggio del fuoco a scala di popolamento forestale, il parametro da prendere maggiormente in considerazione risulta essere la riduzione parziale o la totale asportazione della copertura con conseguenze diverse sull’intero ecosistema. In particolare per quanto riguarda il microclima forestale, l’asportazione della copertura provoca negli strati più prossimi al suolo una diminuzione dell’umidità relativa, dovuta al maggior circolo dell’aria e alla conseguente maggiore traspirazione e altresì un aumento degli sbalzi termici giornalieri, essendo favorita l’insolazione di giorno e la dispersione di calore di notte (Bovio et al., 2001). Ne risulta in ultima analisi un incremento relativo delle condizioni di continentalità della stazione (Wehrli et al., 1998). Come per gli effetti a carico delle singole piante, anche questo tipo di danno è correlato al comportamento del fuoco, a sua volta influenzato dalle caratteristiche della vegetazione (il combustibile), in termini di condizioni generali precedenti l’evento, capacità rigenerative e soprattutto dalla sua maggiore o minore omogenea distribuzione nello spazio verticale e/o orizzontale (EUFIRELAB, 2003). I cambiamenti che, a seguito del passaggio di un incendio, si manifestano a carico della struttura di un popolamento forestale e le dinamiche successionali post – incendio che si possono innescare sono determinati dai fattori ambientali della stazione (parametri climatici e topografici), dalle caratteristiche della vegetazione presente prima dell’evento e quindi dagli eventuali adattamenti delle specie che inizialmente occupavano il sito. Gli adattamenti dei vegetali al passaggio del fuoco Alcune piante si sono evolute a resistere e a reagire agli incendi tramite adattamenti specifici che non possono essere stati modellati dall’azione dell’uomo perché i suoi tempi di influenza sembrano troppo brevi per una adeguata evoluzione (Naveh 1974). Tali specie vegetali adattatesi a vivere in ambienti caratterizzati dalla presenza degli incendi sono chiamate pirofile. Tra le pirofite si possono individuare le pirofite passive, specie con adattamenti che permettono la sopravvivenza dell’individuo grazie a meccanismi di resistenza al fuoco come ad esempio una spessa corteccia; ne sono un esempio la quercia da sughero (Quercus suber) e il larice (Larix decidua). Al contrario, alcune specie rispondono al fuoco mediante pronta rigenerazione, secondo due principali strategie adattative: la capacità di ricaccio a seguito del passaggio del fuoco per mezzo soprattutto di polloni radicali; e la stimolazione del processo di rinnovazione (dispersione del seme, germinazione, fioritura…) per mezzo di un determinato meccanismo fisico o chimico come ad esempio l’esposizione al calore o al fumo (Pausas, 1999). Questa seconda categoria di specie può essere definita delle pirofite attive, e rispettivamente delle pirofite attive vegetative (specie che ricacciano) e delle pirofite attive generative (piante stimolate nella germinazione o nei processi di rinnovazione in genere). Le specie che ricacciano mantengono sempre una certa quantità di biomassa viva (spesso la biomassa sotterranea) e ricostituiscono velocemente la vegetazione dopo il fuoco, le specie che non ricacciano, invece, hanno tempi di ricostituzione più lenti e il loro successo dipende in misura maggiore dal tempo di ritorno dell’incendio noinchè dall’età di maturità (per la produzione di seme) e dalla longevità del seme (Pausas, 1999). Tra le specie che ricacciano, prevalentemente da organi sotterranei, si possono menzionare l’erica arborea (Erica arborea), il corbezzolo (Arbutus unedo), la quercia coccifera (Quercus coccifera) ed altre specie di questo genere come il leccio (Quercus ilex) che però generano polloni da gemme basali. Rappresenta un caso interessante la quercia da sughero, che oltre a caratteristiche di resistenza ha la capacità di ricacciare da gemme del fusto grazie alla protezione offerta loro dalla spessa corteccia (Pausas, 1997). Piante che invece risultano stimolate dall’incendio nei processi di rinnovazione, in particolare nella germinazione in massa dei semi, sono rappresentate da molte specie di Cistaceae e Leguminosae (Arianoutsou and Thanos, 1996). La dispersione del seme è invece favorita nel pino d’aleppo (Pinus halepensis) e nel pino marittimo (Pinus pinaster). Per queste ultime specie, l’apertura degli strobili, che vengono chiamati serotini, è resa possibile soltanto da alte temperature che, distruggendo il rivestimento di resina, permettono alle scaglie di aprirsi e di rilasciare i semi (Piussi, 1994). I concetti esposti valgono per le singole specie. Occorre però ricordare che le coperture forestali sono formate da una pluralità di individui che con le loro caratteristiche conferiscono una globale capacità di sopportare il passaggio del fuoco, ovvero presentano degli adattamenti tali da consentire un certo grado di resistenza o resilienza nei confronti degli incendi boschivi (Wright and Bailey,1982). Schematicamente si possono, quindi, individuare due estremi, rappresentati dalle coperture definite resistenti e da quelle definite resilienti (Bovio, 1996). Le coperture resistenti sono tali per cui possono sopportare senza eccessivi danni fronti di fiamma anche intensi purché sempre sotto una determinata soglia, che se superata determina, al contrario, la morte di gran parte delle piante che non sono più in grado di rigenerarsi né per via vegetativa, né per via gamica. Per una comunità vegetale si indica, invece, con resilienza la misura della capacità di ristabilire le condizioni precedenti il disturbo (Pignatti, 1995). Risultano, pertanto, resilienti quelle formazioni vegetali che possono essere danneggiate o completamente distrutte nella parte epigea da fronti di fiamma anche di non elevata intensità, ma che sono in grado di ricostituirsi velocemente attraverso ricaccio vegetativo, veloce e vigoroso (Bovio, 1996). Un tipico esempio di formazione resiliente è costituito dalla macchia mediterranea. Le predominanti caratteristiche di resilienza o resistenza di un popolamento forestale influenzano, quindi, in una certa misura l’entità dei danni, ma anche le modalità di ricostituzione vegetale in seguito al passaggio del fuoco. Gli adattamenti della vegetazione forestale di cui si è parlato fino ad ora, però, non possono essere considerati sufficienti al mantenimento di un ecosistema forestale nel caso in cui il fenomeno degli incendi boschivi assuma modalità di particolare intensità e frequenza (Brown e Davis, 1973). In queste circostanze, infatti si può verificare la regressione del bosco a formazioni cespugliate, di macchia o di prateria e la conseguente mancanza di copertura vegetale può favorisce l’innescarsi di fenomeni di erosione. In questi particolari casi, può risultare utile e/o necessario un intervento diretto e attivo di ripristino dell'ecosistema forestale (ricostituzione attiva) che permetta in tempi brevi la ricostituzione del soprassuolo (Bovio et al., 2001). |
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