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Indice argomenti - Incendi boschivi - La protezione dagli incendi boschivi

   30-Mag-2007  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

La protezione dagli incendi boschivi

a cura di Giovanni Bovio, F. Meloni, M. Zerbini

La protezione dagli incendi boschivi è una specifica pertinenza dei forestali che si occupano di pianificare, progettare e gestire gli interventi per la conservazione del bosco. Si tratta di una disciplina relativamente recente, che non può ancora vantare tradizioni secolari come la selvicoltura o l’assestamento, cui è peraltro strettamente connessa (Bovio e Leone, 1999).

Nei Paesi europei si è cominciato a prestare attenzione in maniera organica e continuata a tale problema già dagli inizi del ‘900; si possono ricordare il Congresso Internazionale di Selvicoltura tenutosi a Roma nel 1926, dove le Nazioni più colpite dal fuoco furono invitate a fare conoscere i rispettivi provvedimenti intrapresi in materia, e l’indagine pubblicata nel 1933 dall’Istituto Internazionale di Agricoltura, dove venivano messi a confronto i problemi di vari paesi (Bovio, 2000).

In Italia, i primi dati statistici relativi agli incendi boschivi risalgono agli anni ’60 (Bovio, 1996) quando, però, il fenomeno non rappresentava ancora un fattore significativo di disturbo nei confronti degli habitat e degli ecosistemi forestali.

Nel 1967 si tenne a Bergamo un importante convegno sulla difesa dal fuoco del patrimonio forestale, nel corso del quale vennero evidenziati e sottolineati importanti concetti quali l’importanza del rapporto che deve intercorrere tra l’assestamento forestale e la lotta al fuoco; l’importanza della statistica e della accurata raccolta dei dati relativi agli incendi; la collaborazione internazionale e l’organizzazione dei mezzi aerei (Bovio, 2000)

E’a partire dagli anni ’70 che il fenomeno degli incendi boschivi ha assunto in Italia caratteristiche di gravità sempre più crescente, diventando in molte aree forestali il primo e più grave fattore di disturbo.

In questo decennio, infatti, si è assistito nel nostro Paese, sia ad un forte aumento nel numero di eventi, sia parallelamente ad un notevole incremento delle superfici percorse; cosicché la protezione del bosco dal fuoco è divenuto un aspetto necessario e, con la Legge Nazionale 47/75 “Norme integrative per la difesa dei boschi dagli incendi”, anche obbligatorio nella gestione della quasi totalità del territorio boscato italiano.

La suddetta legge rappresenta il primo provvedimento normativo di livello nazionale specifico per la materia Incendi Boschivi. Questa Legge è rimasta in vigore fino all’anno 2000, quando è stata abrogata dalla Legge 353/00 – Legge quadro in materia di incendi boschivi, il provvedimento di riferimento attualmente in vigore.

La finalità della legge era rappresentata dalla difesa e della conservazione del patrimonio boschivo dagli incendi, da attuarsi per mezzo di piani, elaborati dalle regioni avvalendosi della collaborazione del Corpo Forestale dello Stato (art.1)

Tali piani, che dovevano essere sottoposti a periodica revisione, avevano l’obbligo di contenere indicazioni circa la pericolosità  di incendio del territorio, la consistenza e la localizzazione delle strutture di prevenzione ed estinzione esistenti e dove mancanti di provvederne la costituzione; dovevano infine dettare norme per la rilevazione dei sinistri e prevedere piani di ricostituzione forestale (art.2).

La maggioranza delle Regioni italiane realizzò i piani antincendi boschivi come previsto dalla Legge, ma essi furono spesso intesi come un insieme di informazioni territoriali, seguite da indicazioni sulle modalità di estinzione (Bovio, 2003). Le situazioni di rischio, normalmente, non furono descritte, così come non veniva descritta e approfondita la successione che lega la previsione degli incendi che potrebbero accadere, l’obiettivo di contenimento desiderato, la prevenzione diretta e l’estinzione (Bovio 1995).

Formalmente viene data eguale importanza all’estinzione (addestramento di squadre di volontari, utilizzo di attrezzature e supporto aereo) ed alla prevenzione (manutenzione generica dei boschi anche attraverso ripuliture da eseguirsi anche tramite il pascolo, interventi di selvicoltura preventiva) (art.3).

Vengono istituiti presso il Ministero competente il “Servizio antincendi boschivi” e un “ufficio per lo studio e la difesa dei boschi dagli incendi”. Si prevedono campagne di educazione e sensibilizzazione al problema al fine di prevenire il fenomeno e tutelare il patrimonio forestale (artt. 5-6).

Nei periodi dell’anno di maggiore pericolo di incendio viene dichiarato lo stato di grave pericolosità, che deve essere reso noto alla cittadinanza e durante il quale è vietato nelle aree boscate accendere fuochi, far brillare mine, usare apparecchi a fiamma o elettrici, fornelli o inceneritori che producano faville o brace, fumare o compiere ogni altra operazione che possa creare comunque pericolo mediato o immediato di incendio (art.9).

Nelle zone boscate, distrutte o danneggiate dal fuoco, è vietato l’insediamento di costruzioni di qualsiasi tipo ed è vietato il cambio di destinazione d’uso rispetto a quello presente prima dell’incendio (art.9), in caso di trasgressione se ne prevede il ripristino con spese a carico del trasgressore (art.10).

Da questo momento in poi, l’evoluzione della disciplina è avvenuta in maniera molto veloce

Come precedentemente accennato, è negli anni ’70 che in Italia cominciarono a costituirsi ed affermarsi le organizzazioni, i servizi e le strutture antincendio, parallelamente al maggior sviluppo di ricerche scientifiche applicate, aventi lo scopo di proporre soluzioni al problema. Il punto di riferimento era l’organizzazione e la ricerca del Nord America che si occupava già da tempo di molti aspetti di prevenzione, estinzione e ricostituzione. (Bovio e Leone, 1999)

Di notevole importanza fu l’evoluzione concettuale di base della pianificazione antincendi boschivi, che aveva superato il criterio del Fire control e tendeva a quello di Fire management (Bovio, 1989).

Con il primo criterio, la pianificazione antincendi boschivi viene impostata per intervenire sempre e comunque su tutti gli eventi, nella convinzione che in ogni caso il fuoco sia un danno per l’ambiente; con il secondo criterio, in determinate zone e con riferimento al periodo di validità del piano antincendi, si accetta il fuoco entro determinati limiti (Bovio, 2003).

Molti concetti e aspetti della sperimentazione americana non potevano però essere trasportati ed impiegati nella realtà europea ed italiana, sia per i differenti caratteri ambientali sia per diversità di regole e di organizzazione socio-economica (Bovio e Leone, 1999).

Fondamentale fu la crescente convinzione che la protezione dagli incendi doveva essere considerata in termini di strumento di pianificazione. Infatti l’argomento poteva essere affrontato solo se inteso come momento della pianificazione forestale e strettamente collegato all’assestamento e alla selvicoltura che caratterizzano un territorio (Bovio e Leone, 1999).

Esempi in tal senso furono la selvicoltura preventiva, l’applicazione del fuoco prescritto, le modifiche dei combustibili e i primi utilizzi della simulazione del comportamento del fronte di fiamma (Bovio e Leone, 1999).

Negli anni ’80 si delinearono sensibili progressi nella ricerca e maturarono esperienze in campi sempre più specializzati. I servizi operativi, in Italia e altrove, continuavano però ad occuparsi prevalentemente dell’estinzione, senza peraltro avvalersi delle risultanze della ricerca che si riferivano invece a tutti gli aspetti della difesa dal fuoco in senso lato, comprensivi degli incendi nello spazio rurale.

Nel nostro Paese, il problema sembrava ancora una esclusiva pertinenza del Corpo Forestale dello Stato, risolvibile in termini amministrativi ed organizzativi piuttosto che con metodi pluridisciplinari che partissero dalla analisi della complessa realtà del fenomeno.

Venne comunque a delinearsi una specializzazione assai spinta relativa a numerosi settori della ricerca. Tra essi, le indagini degli effetti del fuoco sulla vegetazione in generale ed in particolare sulle coperture forestali (Saracino e Leone, 1991; Saracino e Leone, 1993), superando la generica valutazione di disastro ecologico conseguente al passaggio del fuoco ed evidenziando la necessità di un diverso approccio nella ricostituzione post-incendio, più attento ai meccanismi naturali di ripresa dell’ecosistema.

In particolare veniva ad affermarsi il concetto di fuoco come fattore ecologico e non soltanto come fattore di distruzione.

Si proposero applicazioni sperimentali per la previsione del pericolo di incendio con la formulazione di metodi adatti alla realtà italiana (Bovio et al., 1984; Bovio et al., 1986; Bovio e Nosenzo,1994; Bovio e Camia,1996a).

Si approfondì la ricerca sull’avvistamento degli incendi boschivi sia con applicazioni operative sia con ricerche finalizzate al corretto collocamento degli impianti sul territorio (Bovio, 1993a).

Tuttavia allo sforzo della ricerca, almeno nel nostro paese, non corrispondeva una evoluzione del servizio operativo poiché raramente si faceva  riferimento ai risultati sperimentali. Il rifiuto dell’establishment forestale ufficiale del nostro Paese, nei riguardi della ricerca condotta in ambito universitario in materia di incendi, impediva di fatto l’applicazione dei risultati ottenuti.

A fronte di un problema sempre più pressante, vennero via via proposte ed adottate soluzioni per un migliore coordinamento della estinzione e per la prevenzione.

A fianco del miglioramento dell’efficienza della organizzazione operativa, adottando mezzi di comunicazione sempre più efficienti, cominciò ad essere compresa la grande utilità dei sistemi di supporto alle decisioni (DSS), proposti e studiati con un approccio globale al problema.

Per l’applicazione dei DSS è necessario descrivere il potenziale pirologico (Bovio e Camia, 1996b), tenere conto degli strumenti di previsione di pericolo e di comportamento del fuoco e valutare il rischio dell’area in cui si opera. Si sono venuti a delineare strumenti assai complessi, di grande utilità operativa (Wybo et al., 1998) e soggetti a numerose attuali ricerche.

L’accettazione dei DSS ha anche evidenziato la grande utilità della previsione del pericolo di incendio sulla quale sono stati portati a conclusione studi sia sulla individuazione dei metodi adatti per l’ambiente europeo sia per valutare la risposta di un determinato metodo alla specificità del territorio su cui viene applicato (Bovio e Camia, 1997).

Lo stesso aumento della complessità del sistema antincendi e la possibilità di avvalersi dei DSS ha permesso l’applicazione di impianti di avvistamento sempre più numerosi e complessi, gestibili solo se rapportati ad una possibilità di controllo delle informazioni.

Lo stesso fuoco prescritto, la cui applicazione indica l’accettazione del criterio pianificatorio del Fire management, viene resa concretamente possibile solo con una elevata efficacia della previsione del pericolo e della applicazione dei modelli di propagazione, che consentono di prevedere con verosimile approssimazione il comportamento del fronte dell’incendio.

Questi ultimi sono strumenti operativi noti a livello internazionale: numerosi contributi hanno consentito di farli conoscere anche nella realtà italiana, diffondendo anzitutto informazioni sulle possibilità generali di impiego (Bovio,1993b; Leone et al.,1993), ed evidenziando modalità per la formulazione di modelli nuovi (Camia, 1995) e per la loro mappatura (Camia,1996).

Questa evoluzione è sostanziale per trasformare il sistema antincendi boschivi da una impostazione stagionale “di attesa” (Leone, 1988) ad una organizzazione permanente in cui si stabiliscono gli interventi di estinzione in stretto rapporto con l’influenza dei lavori di prevenzione diretta nel bosco. Essi rappresentano il momento in cui può essere valorizzata al massimo la professionalità forestale, anche per definire interventi nel bosco rivolti ad ottenere le caratteristiche necessarie alla sua difesa, giovandosi delle risultanze della ricerca oggi impegnata per affrontare la complessità della gestione forestale.

 
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