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Il valore di patrimonio del boscoOrazio Ciancio Occorre rendersi conto che la gestione forestale è a un bivio. D’altra parte, nonostante gli auspici espressi in «A Blueprint for Survival» (1972), il conflitto tra ecologia e economia permane. Esso è dovuto, in primo luogo, alle nuove esigenze della società e, in secondo luogo, alla scarsa redditività dell’attività forestale. Non basta. La cultura della complessità, molto più in fretta di quanto abitualmente si immagini, ha inciso e incide sull’evoluzione del concetto di selvicoltura che, da insieme di metodi e tecniche diretto alla produzione, protezione, paesaggio, turismo…, si va modificando in «gestione degli ecosistemi forestali». Nel prossimo futuro è presumibile che, almeno nei paesi industrializzati a clima temperato, la selvicoltura si orienterà verso forme sempre più sofisticate, mirate cioè a conseguire le istanze che provengono da una società che considera il bosco sempre meno macchina per produrre legno e sempre più elemento portante di valori ambientali e culturali. Come sottolinea SchÜtz (1997), l’affermazione dei concetti di gestione sostenibile e di biodiversità, avvenuta dopo la Conferenza di Rio, «sono sul punto di divenire delle potenti correnti di idee che riflettono le profonde inquietudini suscitate dalla fragilità dell’ambiente che permette e genera la vita sulla terra». Il teologo Siegwalt (1994) afferma che l’importanza del bosco riposa sul suo valore di patrimonio, e pertanto la gestione deve corrispondere ai bisogni dell’uomo: «l’homme doit vivre, et pour cela la nature doit être cultivée» - l’uomo deve vivere e per questo la natura deve essere coltivata. Questa dichiarazione di principio è un richiamo alla responsabilità di trasmettere alle generazioni future il bosco in condizioni almeno pari, se non addirittura migliori, rispetto a quelle in cui ci è stato consegnato. Uno dei più importanti problemi ecologici, infatti, è il rapporto fra la qualità della vita di una generazione e quella di un’altra, e più propriamente, come è stato prima detto, la distribuzione del patrimonio fra le generazioni. In questo senso, e come previsto dalle risoluzioni di Helsinki, la gestione sostenibile non è in conflitto con l’uso produttivo delle risorse forestali. Questo è un punto cruciale, un prerequisito senza il quale l’abbandono dei boschi si estenderebbe a dismisura. Una politica forestale responsabile dovrebbe promuovere gli investimenti, consentendo di operare con criteri, sistemi e metodi colturali mirati alla conservazione della biodiversità e all’applicazione della gestione sostenibile senza penalizzazioni in termini sociali e economici. Lo Stato e le Regioni dovrebbero incoraggiare la pianificazione forestale e attivare i processi operativi connessi alla gestione (v. Scheda 5). I gestori delle risorse forestali dovrebbero essere messi nelle condizioni di accettare le sfide che provengono dai mutamenti sociali, economici e culturali. Su queste basi è possibile proporre una strategia in grado di coniugare la gestione sostenibile, la conservazione della biodiversità e la possibilità di non deprimere la produzione legnosa. Tale strategia si fonda sull’utilizzo al meglio delle più recenti conoscenze scientifiche; indica i criteri per la conservazione della biodiversità; implica l’accettazione dei vincoli ambientali e culturali; offre una prospettiva più ampia a livello ecosistemico e paesaggistico; comporta l’applicazione della selvicoltura sistemica nella gestione forestale. In pratica, prevede il mantenimento dei caratteri naturali dei boschi nel paesaggio; il rispetto dei cicli naturali di rinnovazione; la rinaturalizzazione dei boschi che, a causa di una gestione intensiva, hanno perduto le proprie caratteristiche; il monitoraggio dei mutamenti relativi alla biodiversità e al recupero ambientale. Tutto ciò determina la scelta di preservare i biotopi, di conservare gli ecotipi e di aumentare la complessità dell’ecosistema. In termini operativi, implica l’applicazione di forme di gestione in grado di mantenere o accrescere l’eterogeneità della flora e della fauna, di tutelare le specie in via di estinzione e di consentire, al tempo stesso, un uso produttivo, in senso globale, del bosco. Questo è il quadro in cui si inserisce la gestione forestale nel nostro Paese. Da un lato c’è la necessità che l’utilizzazione del bosco si realizzi sempre e comunque nell’ambito di una gestione sostenibile e della conservazione della biodiversità; dall’altro gli elevati costi rappresentano un ostacolo non facilmente rimovibile. D’altra parte, la non gestione comporta, in primo luogo, l’abbandono del bosco, che in tal caso diviene res nullius ed è sottoposto a un diffuso degrado per l’attacco di interessi speculativi. In secondo luogo, l’allontanamento dell’uomo dal bosco implica la lenta ma inesorabile scomparsa dei «saperi locali», che sono di gran lunga i più vicini alla vita del bosco e i più rappresentativi della sua integrità e diversità (Shiva, 1993). Come sostiene Clark (1995), occorre attribuire un elevato valore al controllo democratico locale sulle decisioni che riguardano le comunità. I profondi cambiamenti avvenuti nella società italiana hanno determinato l’abbandono di quanto realizzato con febbrile operosità nel periodo postbellico. Le risorse economiche sono venute via via a mancare, fino ad annullarsi del tutto. Gli investimenti effettuati non hanno prodotto quanto era lecito attendersi. Le opere realizzate, prive di ogni cura e manutenzione, hanno perso gran parte della loro funzionalità. I rimboschimenti hanno subito o l’insulto dell’incendio, o l’offesa del deposito e dell’accumulo di rifiuti, o l’oltraggio di un turismo privo della cultura del rispetto, o l’ingiuria dell’inquinamento atmosferico e delle piogge acide, o l’affronto della trasformazione di coltura (Ciancio, 1998c). L’ecologia, la selvicoltura, l’assestamento e l’economia forestale evidenziano la sostenibilità o la non sostenibilità dei sistemi e delle tecniche colturali, dei metodi di pianificazione e degli approcci economici con i relativi risvolti di natura sociale. La gestione sostenibile presuppone due linee operative autonome e al tempo stesso complementari. La prima riguarda la realizzazione delle piantagioni di alberi forestali e contribuisce alla conservazione sia della diversità genetica - variabilità nell’ambito di una specie… -, sia della diversità delle specie - numero, aggregazione, diffusione delle specie vegetali e animali… -, e si identifica con l’arboricoltura da legno. La seconda interessa la coltivazione e l’ordinamento dei sistemi forestali naturali e subnaturali per conservarne o aumentarne l’efficienza funzionale e accrescerne la diversità - presenza e distribuzione dei tipi di bosco, paesaggio forestale… -, e si identifica con la selvicoltura sistemica e la pianificazione forestale. |
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