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Indice argomenti - Selvicoltura - Selvicoltura sistemica

   12-Lug-2007  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

La selvicoltura sistemica e la pianificazione forestale

Orazio Ciancio

La selvicoltura ad litteram significa coltivazione del bosco. Come prima detto, il bosco non è un insieme di alberi; è ben di più: è un sistema biologico complesso. E, come tutti i sistemi, oltre alla nozione di tempo, di mutamento e di fluttuazioni sottende epifenomeni, retroazioni, determinazioni, alea. Il bosco è un sistema autopoietico che reagisce a ogni evento naturale o a ogni azione umana determinando una nuova realtà, sintesi di interazioni e interconnessioni. La gestione sostenibile è basata sulla selvicoltura sistemica, cioè su una «selvicoltura estensiva», in armonia con la natura (v. Scheda 5). Una selvicoltura configurabile con l’attività che l’uomo svolge come componente essenziale del sistema bosco.

Allo stato delle conoscenze, per l’indeterminismo cui prima si accennava, non è possibile prevedere con esattezza l’esito delle scelte e i conseguenti effetti degli interventi colturali. Quasi sempre le decisioni operative sono prese in condizioni di incertezza, e, di conseguenza, la necessità e l’onere di sottoporre a verifica i risultati, come si fa in un esperimento in laboratorio, sono necessari e obbligati. Gli interventi colturali, però, non si realizzano in laboratorio, né si possono simulare al computer, devono essere eseguiti in bosco, all’interno dell’ecosistema, e possono comportare errori, che poi si traducono in costi ambientali, economici e sociali. Per evitare inconvenienti di questo genere, è necessario fare scelte flessibili che consentano di scoprire gli eventuali errori e la loro tempestiva correzione al minor costo possibile. In breve, in selvicoltura bisogna abbandonare l’approccio positivista che ancora domina in alcuni settori accademici e della ricerca e adottare l’approccio ispirato a un atteggiamento scientifico di «prova ed errore» (Ciancio e Nocentini, 1995).

La selvicoltura sistemica favorisce e corrobora l’efficienza funzionale del sistema. Prevede la rinnovazione naturale continua e interventi a basso impatto ambientale, cioè interventi mirati a conservare e ad aumentare la biodiversità del sistema, che peraltro nei boschi del nostro Paese è quasi sempre elevata, assecondando la disomogeneità, la diversificazione strutturale e compositiva in modo da accrescere la capacità di autorganizzazione e di integrazione di tutti i suoi componenti, biotici e abiotici. Questa azione di guida, oltretutto, favorisce il superamento del contrasto tra due visioni estreme: da una parte coloro che considerano il bosco come un bene indisponibile; dall’altra, coloro che ritengono il bosco un bene totalmente disponibile, da sfruttare in base alle leggi di mercato.

Il messaggio è chiaro: se è vero che il bosco, pur essendo un bene di interesse pubblico, non è e non può essere un bene totalmente indisponibile, è pur vero che la gestione forestale non può basarsi solo sui principi dell’economia di mercato (Ciancio e Nocentini, 1995; 1996a).

La gestione sostenibile comporta una sequenza di fasi operative. La prima è una fase conoscitiva: ogni bosco è caratterizzato dalla sua organizzazione interna, dalla presenza, diffusione e disposizione spaziale dei vari componenti e dalle relazioni fra questi e l’ambiente. Questa fase consente di individuare e definire il capitale naturale critico o la dimensione provvigionale critica, che varia in relazione al temperamento della o delle specie e alla fertilità della stazione, lo stadio evolutivo e il grado di complessità dell’ecosistema. La seconda è una fase di sintesi, che è di competenza esclusiva del forestale poiché fornisce le coordinate per le scelte operative relative alla misura e ai caratteri dell’intervento colturale in modo da assecondare la mescolanza spontanea e la complessità strutturale nello spazio e nel tempo del sistema. In questo ambito, la pianificazione forestale è assolutamente indispensabile (v. Scheda 5). Essa rappresenta lo strumento operativo con il quale si indicano le operazioni colturali, ma anche, e soprattutto, i comportamenti da tenere nei confronti del bosco per favorire i processi evolutivi e per salvaguardare la coerenza interna del sistema.

Nella pratica, si adotta un tipo di gestione che si basa, da un lato, sulla cura del bosco secondo le esigenze di ogni sua parte, al di là di ogni possibile prefigurazione strutturale e, dall’altro, sulla ripresa colturale. Questo è un tipo di gestione che, fra l’altro, valorizza al massimo livello la professionalità del tecnico forestale. Qualcuno potrebbe obiettare che la gestione fondata sulla selvicoltura sistemica non è sostenibile dal punto di vista finanziario. Questo è, appunto, l’argomento che più spesso viene sollevato. A prima vista, l’argomento parrebbe forte.

Ma così non è, e per almeno due motivi. Il primo: la selvicoltura, come prima osservato, è un’attività ad alti costi e bassi redditi. Il secondo: il bosco da sempre è sottoposto a vincoli di varia natura. Dunque, è necessario rimuovere gli ostacoli di natura finanziaria e sociale. Non è una questione di selvicoltura o di assestamento, ma di politica forestale. Come affermano Hilborn et al., (1995) il successo della gestione sostenibile in futuro non dipende tanto da una scienza migliore quanto da una migliore organizzazione istituzionale in grado di controllare gli utilizzatori e creare incentivi affinché essi agiscano in maniera più saggia.

 
 
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