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Indice argomenti - Economia forestale - L'associazionismo in Italia

   20-Lug-2007  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

L'associazionismo in Italia

a cura di S. Pierrettori, L. Venzi

La storia dell'associazionismo in Italia affonda le proprie radici lontano nel tempo , quando in epoca pre-romana il bosco veniva considerato res nullius, ovvero costituiva il patrimonio delle popolazioni autoctone. Sopravvisse in aree marginali anche con l’affermarsi della proprietà privata durante l’epoca romana per poi trovare consolidamento, nel periodo medievale, nei diritti reali multipli della cultura barbaro-germanica. È in questo periodo che nascono forme di organizzazione politico-amministrative delle comunità rurali di tipo condominiale, come le Regole di Cadore , le Magnifiche Comunità della Val di Fiemme, le Servitù della Val Canale e molte altre, che perdurano ancora oggi .

Anche nell’attuale panorama legislativo italiano viene più volte ribadito il concetto dell’associazionismo forestale inteso come strumento chiave per una migliore politica di servizi ambientali che , più che per la sola produzione legnosa, necessitano di un’ampia scala territoriale.

Nell’accezione moderna si fa tuttavia riferimento ad un nuovo tipo di associazionismo teso soprattutto alla condivisione di benefici che riguardano la gestione del patrimonio boschivo e la nascita di una nuova occupazione giovanile nel settore forestale, piuttosto che alla condivisione di diritti di godimento e sfruttamento da parte di singole comunità .
Si va dalla legge forestale del ’23, con l’istituzione dei Consorzi forestali; alla legge nº 285/’77 sull’occupazione giovanile, che interessa anche braccianti, operatori vivaistici e tecnici del settore; alla legge “della montagna”, nº 97/’94, che propone forme cooperative in risposta ai problemi di abbandono ed esodo; al regolamento europeo nº 1257/’99, che prevede aiuti per le associazioni di imprenditori forestali, per finire, con il Decreto Leg.vo nº 227/’01 che promuove la costituzione di nuovi consorzi forestali o la partecipazione a questi .
Nonostante tutto, il collettivismo nel nostro Paese, rimane confinato a poche unità di bosco e la sua promozione , pertanto , resta uno dei punti focali di una corretta politica forestale .

Il motivo di tanto interesse verso forme di gestione di tipo associativo risiede nel fatto che l’individualismo nel settore forestale, a differenza di quello agricolo, ha portato e porta al disfacimento di grandi unità forestali, sinonimo quasi sempre di regresso e di decadenza. Ne sono un esempio le parcellizzazioni, le privatizzazioni e i disboscamenti derivati da un malinteso liberalismo economico dei secoli passati, di cui, ancora oggi, si sentono gli effetti .

Osservando uno schema di ripartizione dei boschi in Italia, si può notare come la proprietà da parte di privati sia nettamente preponderante rispetto alle altre forme di proprietà.

Recenti stime svolte dagli annuari ISTAT hanno rilevato che su di una superficie boscata totale di 6.855.000 Ha, il 60 % della superficie forestale è in mano ai privati, il 7,5% è di proprietà dello Stato e delle Regioni, il 24,4% è demaniale ed il restante 5,1% appartiene ad altri enti.

Tabella 1-superficie dei boschi italiani per categoria di proprietà e categoria silvicolturale. Valori riferiti al 2001. Fonte ISTAT. Dati provvisori

Stato e Regioni

Comuni

Altri Enti

Privati

Totale

Fustaie

288.000 Ha

1.107.000 Ha

163.000 Ha

1.414.000 Ha

2.971.000 Ha

Cedui semplici

157.000 Ha

573.000 Ha

158.000 Ha

1.946.000 Ha

2.834.000 Ha

Cedui composti

37.000 Ha

160.000 Ha

28.000 Ha

559.000 Ha

784.000 Ha

Macchia

30.000 Ha

37.000 Ha

4.000 Ha

195.000 Ha

266.000 Ha

Totale

511.000 Ha

1.876.000 Ha

353.000 Ha

4.114.000 Ha

6.855.000 Ha

Ciò porta con sé una serie di problemi legati alla gestione delle terre. Lo spopolamento delle montagne, infatti, e il conseguente trasferimento della residenza e del lavoro dalle aree in quota a fondovalle, ancora in atto e che non lascia intravedere inversioni di tendenza, ha portato con sé un graduale disinteressamento verso la proprietà ed il lavoro forestale, soprattutto da parte dei singoli proprietari. Le aree montane e interne, che corrispondono circa al 60% del territorio nazionale, hanno una popolazione residente pari, solo , al 17 % .
Conseguentemente a questo disinteresse si è assistito ad una graduale frammentazione fondiaria in numerosi appezzamenti, e in alcuni casi alla polverizzazione delle proprietà forestali, che comportano una difficoltà ulteriore per un’omogenea gestione delle stesse .
Trattandosi poi, spesso, di boschi particellari che assicurano un reddito costante ma minimo ci si trova di fronte proprietari non disposti ad investire capitali per la selvicoltura e la gestione del bosco, quanto piuttosto a lasciarlo deperire, abbandonandolo. Altre volte, il proprietario, che magari conserva il bosco come arrotondamento per l’attività agricola, si trova nell’impossibilità di gestire il fondo a causa della scarsa reperibilità di imprese in grado di realizzare gli interventi in modo efficace ed efficiente.
In questo scenario di aree montane abbandonate e mal gestite si è fatta sempre più forte l’esigenza di strutture associative che valorizzino tanto la risorsa foresta quanto quella lavorativa.
Tra questi tipi di strutture quello che trova più riscontri favorevoli è il Consorzio forestale. Il fine ultimo di questo modello d’impresa è quello di rendere le comunità locali il fulcro delle risorse economiche della montagna, attraverso il coinvolgimento di proprietari pubblici e privati e quello di operatori del settore di prima e seconda trasformazione. Sono società di gestione del patrimonio agro-silvo-pastorale in cui i proprietari, pubblici e privati, affidano ad un organismo di gestione (normalmente da loro partecipato) le superfici forestali, affinché la gestione sia più efficiente. Tra gli strumenti associativi è, dunque, il più consono in quanto, come ben noto agli addetti ai lavori :

  • svolge organizzazione comune per la gestione dei beni consorziati;
  • i soci restano proprietari dei propri beni;
  • possono compiersi solo operazioni e attività previste dallo statuto e per le quali il proprietario è d’accordo;
  • presiede alla direzione tecnica e alla sorveglianza delle azioni;
  • amministra il patrimonio dei soci , tenendo una contabilità separata per ogni socio;
    svolge attività di consulenza tecnica;
  • ha come obbiettivo una gestione integrata dell’ecosistema foresta : bosco, sottobosco, pascoli, sorgenti e paesaggio.

 
 
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