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Indice argomenti - Selvicoltura - Intoduzione

   19-Mar-2007  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

Intoduzione

a cura di Orazio Ciancio

Il disboscamento a livello planetario aumenta a ritmi esponenziali. La foresta tuttora è trattata non come una risorsa rinnovabile, ma come una miniera dalla quale si può estrarre quanto occorre fino all’esaurimento. Lo sfruttamento va ben oltre i limiti della rinnovabilità biologica e delle reali necessità. Il prelievo di legno segue criteri puramente speculativi. Eppure, mai come oggi, la globalità e la pervasività delle questioni ambientali e della salvaguardia delle foreste suscitano l’attenzione dei massimi esponenti politici del mondo. La spinta per orientare lo sviluppo in modo diverso e sostenibile diviene sempre più forte.

Lo sviluppo sostenibile è basato sull’armonia dei processi di crescita tra sistemi interagenti. L’errore più comune che si commette in campo forestale è quello di considerare e gestire il bosco come un sistema isolato dagli altri sistemi. Viene a mancare così quell’armonia dei processi di crescita che è condizione indispensabile per la sostenibilità. Lo sviluppo è sostenibile se un sistema interagisce con gli altri sistemi e i processi di crescita sono congruenti con un progetto mirato al progresso sociale e culturale.

La gestione forestale si è evoluta nel tempo, passando da una concezione di tipo prevalentemente produttivistico, a quella attuale, in cui al sostantivo gestione si associa l’aggettivo sostenibile. Ormai, in campo forestale, la gestione sostenibile è divenuta un etichetta onnicomprensiva. Il dibattito su questi temi ha prodotto una serie di prese di posizione e di interpretazioni diverse. Secondo alcuni la gestione sostenibile si identifica con la ricerca del «bosco normale», che, assicurando la continuità della produzione, garantirebbe anche la continuità del bosco. Secondo altri, invece, la continuità della produzione legnosa non si identifica con una gestione forestale sostenibile perché a medio e a lungo termine non assicura che gli usi e lo stock delle risorse siano sempre in equilibrio.

La gestione forestale è a un bivio. L’attuale «emergenza» si identifica con le nuove esigenze della società e, al tempo stesso, con la scarsa redditività dell’attività forestale. A ciò si aggiunge il fatto che la cultura della complessità ha inciso e incide sull’evoluzione del concetto di gestione che si va modificando da «gestione del bosco» in «gestione degli ecosistemi». Dopo la Conferenza di Rio (1992) e quella di Helsinki (1993) alla nozione di gestione sostenibile si associa quella di biodiversità. La sostenibilità e la biodiversità sono ecologicamente interconnesse.

La selvicoltura nel tempo ha spostato sempre più avanti i suoi confini. Dalla selvicoltura finanziaria, si è passati a quella fitogeografica su basi ecologiche, poi a quella naturalistica, quindi a quella su basi naturali. Ora si tende alla selvicoltura sistemica. Questo progetto è imperniato su un principio elementare: ogni pratica colturale è la logica conseguenza di quelle precedenti e il presupposto di quella successiva. L’attività colturale ha l’obiettivo di non semplificare la struttura e di conservare la complessità del bosco. Si opera rispettando gli equilibri bioecologici e ci si avvale del metodo scientifico per tentativi ed eliminazione degli errori, cioè per approssimazioni successive.

In campo forestale il concetto di sistema è relativamente recente. Tale concetto ha provocato cambiamenti di ordine teorico e pratico sui contenuti, le finalità e i limiti della selvicoltura e consente una definizione della coltivazione del bosco in rapporto alla sua efficienza e funzionalità. Secondo questo principio «La selvicoltura ha per oggetto lo studio, la coltivazione e l’uso del bosco, un sistema biologico autopoietico, estremamente complesso, in grado di perpetuarsi autonomamente e capace di assolvere molteplici funzioni».

Se questo è il contenuto, le finalità sono: a) il mantenimento del sistema bosco in equilibrio con l’ambiente; b) la conservazione e l’aumento della biodiversità e, più in generale, della complessità del sistema; c) la congruenza dell’attività colturale con gli altri sistemi con i quali il bosco interagisce.

I limiti sono definiti dai criteri guida applicabili all’uso delle risorse rinnovabili. Secondo tali criteri, l’uso e il prelievo di prodotti non possono superare la velocità con la quale la risorsa bosco si rigenera, non possono intaccare le potenzialità evolutive del sistema e non devono ridurre la biodiversità.

La strategia per la gestione sostenibile e la conservazione della biodiversità forestale contempla la divisione sul piano teorico e pratico tra arboricoltura da legno e selvicoltura. Tale separazione si concreta, da un lato, nella possibilità di ottenere una più alta e qualificata produzione legnosa e, dall’altro, in una più attenta tutela dei sistemi subnaturali e in una più oculata gestione del bosco.

L’arboricoltura da legno e la selvicoltura sono discipline diverse ma complementari. La prima riguarda la realizzazione di piantagioni di alberi forestali per la produzione di legno di qualità o in grande quantità. Implica algoritmi colturali intensivi, l’uso di tecnologia avanzata e cicli colturali relativamente brevi. Contribuisce alla conservazione della diversità genetica e alla riduzione della pressione sui boschi di origine naturale. Presuppone la reversibilità della coltura e la creazione di un agrosistema.

La selvicoltura ha come obiettivo la coltivazione del bosco. La gestione sostenibile del bosco si basa sulla selvicoltura sistemica, cioè su una «selvicoltura estensiva» in armonia con la natura. Promuove la ricostituzione del bosco degradato e la coltivazione dei boschi di origine naturale. Presuppone tempi più lunghi, utilizza metodi che agevolano la naturale distribuzione della vegetazione forestale e impiega tecniche che valorizzano le peculiarità del bosco come sistema.

Su questi temi la ricerca scientifica si è molto prodigata, ottenendo risultati di rilievo che tuttavia non sempre trovano riscontro nella pratica. Evidentemente, oltre ai problemi di natura tecnica, ce ne sono altri, forse più difficili da risolvere, di natura politica e culturale.

La gestione forestale non può basarsi solo sui principi dell’economia di mercato. Il mercato è una forza con cui si devono fare i conti con gli occhi bene aperti, perché non è un toccasana, non è un valore assoluto né un credo. La questione forestale può trovare una soluzione solo a una condizione, che all’ecologia e all’economia si associ anche l’etica. I forestali hanno preferito guardare alla tecnica per la soluzione dei problemi, ma l’attuale dibattito sta a dimostrare l’inadeguatezza dell’approccio tecnocratico.

Perché il bosco non venga abbandonato è necessario che la gestione sostenibile non sia in conflitto con l’uso produttivo delle risorse forestali. Una politica forestale responsabile dovrebbe promuovere gli investimenti, consentendo di operare con criteri, sistemi e metodi colturali mirati alla conservazione della biodiversità e all’applicazione della gestione sostenibile. Lo Stato e le Regioni dovrebbero incoraggiare la pianificazione forestale e attivare i processi operativi connessi alla gestione.

La pianificazione forestale può essere realizzata a livello di territorio, di comprensorio, di azienda. La pianificazione di primo ordine - a livello di territorio - spetta alle Regioni che dovrebbero dotarsi di strumenti pianificatori per l’attuazione di una gestione forestale che tenga conto delle molteplici funzioni, della biodiversità e della complessità del sistema bosco, della conservazione del paesaggio, della qualità dell’aria e dell’acqua, della produzione di legno….

La pianificazione di primo ordine - a livello territoriale - deve informare e coinvolgere attivamente le popolazioni direttamente e indirettamente interessate al settore bosco-legno allo scopo di definire gli obiettivi dell’assestamento e ottenere il consenso più ampio possibile. Il piano deve tenere conto non solo degli aspetti forestali propriamente detti ma anche della protezione della natura, degli insediamenti, della viabilità, del turismo…

Il bosco è un bene di interesse pubblico e la pianificazione a livello di territorio non può disattendere le richieste che vengono dalla società. Uno degli scopi del piano è l’indicazione di una strategia di sviluppo sostenibile, supportata da opportuni interventi di politica forestale che, per essere efficaci, devono essere di tipo strutturale, cioè devono consistere nel mettere a disposizione risorse materiali ed opportunità.

La pianificazione forestale di secondo ordine - a livello di comprensorio - spetta a organismi pubblici delegati dalle Regioni, oppure a Enti consorziati tra loro e con i privati, oppure ad associazioni di privati, allo scopo di realizzare un piano coerente con quello di primo ordine e che prevede la gestione di comprensori che presentano caratteristiche comuni sia a livello forestale sia a livello economico e sociale.

La pianificazione forestale di terzo ordine - a livello aziendale - spetta agli Enti pubblici e ai privati, sia singoli o associati. Lo scopo è di realizzare un piano, congruente con quelli di ordine superiore, che indica le regole per una gestione che non penalizzi gli interessi del proprietario, salvaguardando al tempo stesso gli interessi della collettività e la continuità della produzione e dei servigi che il bosco è in grado di fornire.

L’approccio olistico nel processo di pianificazione comporta la valutazione degli aspetti ecologici, economici e sociali che interagiscono con l’efficienza e la funzionalità del bosco e, di conseguenza, ne consente l’uso sostenibile. La gestione sistemica presuppone l’adozione di una prospettiva ampia in modo da analizzare gli effetti delle scelte sui processi dell’ecosistema sia a scala temporale - breve, medio o lungo periodo -, sia a scala spaziale - dal popolamento al paesaggio.

La gestione sistemica tende verso soluzioni in grado di soddisfare la più ampia richiesta di beni e servigi non solo sul piano ecologico e ambientale ma anche su quello storico e culturale. Le scelte gestionali sono di tipo cautelativo in modo da evitare il rischio di danni irreversibili all’ecosistema. Il monitoraggio è fondamentale per acquisire esperienza, esaminare la validità delle scelte, verificare gli effetti e riparare eventuali errori.

Nel nostro Paese la pianificazione è sempre stata pensata e realizzata a livello aziendale. Gli Enti pubblici per legge (3267/1923) si devono dotare di un piano di assestamento. Non sempre ciò è avvenuto. Spesso la legge è stata disattesa. Talvolta è stato elaborato il piano ma non è stato applicato. Solo nelle zone dove esiste una cultura e una forte tradizione la pianificazione forestale è stata regolarmente attuata e applicata.

L’acquisizione di nuove conoscenze, le possibilità di impiego di strumenti tecnologicamente avanzati, le mutate esigenze della società, rendono indispensabile che la pianificazione forestale si svolga, appunto, a diversi livelli. È necessario avere una visione d’insieme dei problemi forestali e dell’incidenza di questi sul governo del territorio. Solo una conoscenza a livello globale consente di utilizzare al meglio le poche risorse a disposizione e riduce al minimo le possibilità di decisioni sbagliate.

Il controllo a livello di piano territoriale, comprensoriale e, ancor più, a livello aziendale permette una gestione appropriata ed efficace in relazione alle esigenze del bosco e a quelle delle popolazioni locali. Il controllo comporta la possibilità di agire rapidamente qualora si verifichino errori o eventi straordinari e di acquisire nuove conoscenze sulla base delle esperienze effettuate.

Per una pianificazione razionale occorre pensare globalmente e agire localmente. I boschi devono essere gestiti a livello locale. La gestione forestale sostenibile s’impernia sullo sviluppo della piccola imprenditoria che è radicata sul territorio. Ed è quindi a livello locale che bisogna agire.

A livello aziendale occorre il piano di assestamento. Gli obiettivi del piano sono di natura diretta quantitativa - produzione legnosa - e di natura indiretta qualitativa - servigi vari. La struttura del piano deriva dall’analisi di una serie di elementi tra i quali spiccano gli indirizzi selvicolturali.

Seguendo l’iter dell’evoluzione della selvicoltura, i boschi gestiti secondo i criteri della selvicoltura finanziaria, della selvicoltura su basi ecologiche e della selvicoltura naturalistica presentano un ordinamento dei tagli e una ripresa predeterminata, stimata con metodi scientifici ad hoc, coerenti con il principio di ottenere un prodotto annuo, massimo e pressoché costante.

La selvicoltura finanziaria, quella su basi ecologiche, la selvicoltura naturalistica e quella su basi naturali hanno per scopo principale l’ottenimento della massima produzione legnosa e il massimo reddito fondiario, pur non trascurando le altre funzioni. La selvicoltura e la gestione classica prevedono che la produttività, la resa e il valore economico del bosco siano indipendenti dall’ecosistema.

Con la selvicoltura sistemica cambia l’approccio. L’unità colturale è il popolamento. Gli interventi colturali e di utilizzazione sono cauti, continui e capillari - le tre C della selvicoltura - in funzione, appunto delle necessità dei vari popolamenti. I tagli di utilizzazione hanno il significato di vere e proprie cure colturali. La rinnovazione è continua e diffusa. Il piano prescrive una ripresa colturale periodica. La gestione tende alla conservazione e all’aumento della complessità. La selvicoltura e la gestione sistemica prevedono che la produttività, la resa e il valore economico del bosco siano dipendenti dall’ecosistema.

Su questa base ora è possibile effettuare un confronto oggettivo tra il sistema forestale classico e il sistema forestale autopoietico in modo da chiarire gli elementi differenziali e individuare il paradigma di riferimento per una gestione forestale che risponda alle esigenze di sostenibilità e di conservazione della biodiversità.

Dal confronto emerge un dato. Osservati da una particolare ottica, ciascuno dei due sistemi presenta vantaggi e svantaggi. Il sistema forestale classico ha come fine la massimizzazione del profitto, affidato allo sfruttamento commerciale del bosco. La produttività quasi sempre è misurata solo in termini di biomassa. Gli effetti positivi relativi alla protezione, alla distensione, al paesaggio, all’uso turistico sono dovuti all’«effetto scia» connesso alla funzione prevalente di produzione legnosa. La gestione inevitabilmente è orientata all’uniformità colturale e a quella dei prodotti e dei servigi. La sostenibilità è strettamente legata all’immissione di dosi massicce di energia, lavoro e capitali. Questo però implica la riduzione della biodiversità, l’erosione genetica, la degradazione del suolo e, quindi, una serie di esternalità negative.

Il sistema forestale autopoietico, invece, ha come fine prioritario il mantenimento delle condizioni di rinnovabilità biologica. La gestione è orientata alla diversificazione colturale e a quella dei prodotti e dei servigi e si traduce in un’azione in favore della conservazione della biodiversità e dell’informazione genetica, che è un «valore» inestimabile perché maturata in uno spazio temporale incommensurabile, dell’arricchimento di micronutrienti del suolo e di una lunga serie di esternalità positive. La sostenibilità non è legata all’immissione di energia, lavoro e capitali, se non in misura minima e comunque non tale da incidere sull’ecosistema.

Appare evidente che se si prende in considerazione l’intera gamma degli input e degli output, il sistema forestale autopoietico è preferibile al sistema forestale classico perché esso, oltre ad essere sostenibile e rinnovabile autonomamente, è anche bilanciato sul piano ecologico ed economico.

Un sistema forestale di questo tipo adempie funzioni che vanno ben oltre la dimensione economica: arricchisce il suolo con i prodotti di scarto che alimentano una miriade di microrganismi, lo protegge dall’impatto delle piogge e del vento, attenuandone gli effetti erosivi, lo trattiene con le radici sui versanti, riducendo la quantità di limo nei corsi d’acqua e lungo le coste. Si configura come un serbatoio dove si accumula il carbonio, contribuendo a tenere in equilibrio il livello di biossido di carbonio nell’atmosfera e a combattere l’effetto serra. Ospita e offre sostentamento agli animali. Inoltre, essendo una risorsa rinnovabile, dà luogo a processi di utilizzazione e di attività produttive.

È giunto il momento di elaborare una politica forestale mediterranea che preveda la gestione dei boschi di origine naturale secondo i criteri guida della selvicoltura sistemica e l’aumento della produzione di legno secondo i criteri guida dell’arboricoltura da legno. Attualmente la politica forestale fa riferimento a linee di pensiero elaborate nel Nord e nel centro Europa che, ovviamente, tengono conto soprattutto di quelle realtà. I forestali che operano nella regione mediterranea possono e devono dare un contributo di pensiero, di conoscenza scientifica, di sapienza tecnica, di cultura forestale in modo da promuovere una politica del settore più equilibrata, più rispettosa delle esigenze di tutti e in linea con le istanze che nascono dalla società.

 
 
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