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Indice argomenti - Selvicoltura - Sistemi forestali a confronto

   05-Dic-2007  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

Sistemi forestali a confronto

Orazio Ciancio

La gestione sostenibile, come prima osservato, in alcuni casi è divenuta un luogo comune, in altri, peggio ancora, uno escamotage per far sì, come recita un noto aforisma, che tutto cambi perché tutto resti come prima. Spesso si usa questa espressione come chiave di volta per continuare a gestire il bosco secondo il sistema forestale canonico, orientato verso un uso prevalentemente se non esclusivamente produttivistico. Ebbene, per fare chiarezza e evitare di aggiungere confusione a confusione, si fa rilevare che le nuove conoscenze acquisite nel campo dell’ecologia, della selvicoltura, dell’assestamento e dell’economia forestale rendono possibile un confronto oggettivo tra il sistema forestale classico e quello che in altre occasioni ho definito sistema forestale autopoietico, cioè un sistema in grado di autorganizzarsi e di coniugare l’efficienza funzionale a un’alta valenza economica, oltre che ecologica e culturale.

Il confronto evidenzia i passi salienti che costituiscono l’ossatura dei due sistemi forestali che, per comodità, nella Tabella 3 sono indicati con (SF1) e (SF2). Questi passi riguardano le caratteristiche strutturali dei sistemi in esame e i riflessi nei riguardi della gestione, della valutazione ecologica e dell’obiettivo primario che si intende conseguire.

Confronto per grandi linee tra il Sistema Forestale Classico (SF1) e il Sistema Forestale Autopoietico (SF2). SF2 è preferibile a SF1 poiché il sistema è sostenibile e bilanciato sul piano ecologico. PR1 è maggiore di PR2, ma il controllo scientifico quasi sempre non prende in considerazione l’intera gamma degli input e degli output: non fa una vera valutazione ecologica e quindi il confronto fra PR2 e PR1 è falsato.

Il sistema forestale classico (SF1) è un «sistema lineare», cioè un sistema basato sul principio che la stima previsionale dei risultati in termini di produzione legnosa ha carattere lineare. Questo vuol dire che la resa, entro certi limiti, aumenta proporzionalmente all’energia impiegata. Inoltre, esso segue particolari standard di riferimento e, appunto per questo, è povero di alternative. Un sistema lineare comporta un orientamento colturale che tende all’uniformità e all’omogeneità del bosco e, di conseguenza, alla riduzione della diversità biologica. Un bosco, gestito secondo questi canoni, quasi sempre è monospecifico o presenta una composizione costituita da una specie principale e da una o, al più, due specie secondarie, ha struttura rigidamente coetanea o disetanea ed è ordinato in classi cronologiche o in classi di diametro.

La pianificazione forestale è ancorata alla teoria dello sviluppo economico, che a sua volta è saldamente basata su modelli di crescita esponenziale. I piani economici, o di assestamento che dir si voglia, sono valutati in base alla loro capacità di sostenere un’elevata produzione legnosa. I turni, relativamente brevi rispetto alla longevità della - o delle - specie, sono talvolta finanziari, il più delle volte fisiocratici, raramente economici e, solo per qualche tipologia di bosco, tecnici. C’è dell’altro, ed è significativo: questo tipo di gestione presuppone la centralizzazione del controllo e l’uniformità colturale.

L’uniformità colturale rende più semplice il controllo, anche se, per i soggetti obbligati, è più costoso attenersi agli standard di riferimento. Per rendersi conto di questo fenomeno è sufficiente esaminare i piani di assestamento che riguardano a esempio i boschi di faggio. Dovunque e in qualunque stazione si trovino quasi sempre è prescritto il trattamento a tagli successivi. Di conseguenza, all’uniformità colturale corrisponde anche l’uniformità dei prodotti (PR1).

L’interesse preponderante, se non esclusivo, assegnato alla produzione di legno ha determinato un paradigma forestale unidimensionale che tende sistematicamente a massimizzare il reddito fondiario. Il sistema forestale classico (SF1) nel breve medio periodo è un sistema stabile e sostenibile. Tuttavia, ritenere che la teoria dell’«effetto scia», o «Kielwassertheorie», connessa con la gestione finalizzata alla produzione, sia in grado di soddisfare le altre esigenze, è una semplificazione arbitraria, scientificamente irrilevante e, soprattutto, è inaccettabile dal punto di vista ecologico e della biodiversità. In buona sostanza, il sistema nel lungo periodo diviene instabile e insostenibile poiché l’esaltazione della produzione va a scapito di altri fattori che sono indispensabili per la resilienza del bosco, rendendo molto improbabile, se non addirittura impossibile, l’ottimizzazione della funzionalità dell’ecosistema.

Nel sistema forestale classico (SF1) la produttività, la resa e il valore economico sono indipendenti dall’ecosistema, nel mentre la sostenibilità è dipendente dall’immissione di energia, lavoro e capitali. Ciò significa che la produzione è legata a un alto livello di input esterni. E questo, poiché incide pesantemente sull’equilibrio dell’ecosistema, determina un’elevata vulnerabilità e instabilità ecologica, una forte erosione della biodiversità, la mancanza di alternative e uno scarso valore d’opzione.

Il sistema forestale autopoietico (SF2), invece, è un «sistema non lineare», ricco di biodiversità e in grado di fornire alternative poiché, non seguendo standard di riferimento, varia in brevi spazi, adattandosi alle diverse realtà. Un sistema di questo tipo comporta un orientamento colturale che tende alla conservazione o all’aumento della biodiversità e, quindi, alla disformità e alla disomogeneità; in altri termini, alla complessità strutturale del bosco. La biodiversità ha valore culturale e valore di uso poiché consente sia di valorizzare i «saperi locali», dei quali sono custodi le comunità che convivono con il bosco, sia di ricavare prodotti diversificati da vallata a vallata. Il legno è un prodotto importante e significativo, ma non rappresenta l’unico fine della gestione. Come affermano Perry e Amaranthus (1997), «La protezione della biodiversità è la migliore assicurazione che i forestali e la società possono sottoscrivere per proteggere l’integrità a lungo termine delle foreste».

La pianificazione forestale è ancorata alla gestione sistemica. L’unità colturale è a livello di popolamento. Gli interventi sono cauti, continui e capillari, in funzione, appunto, delle necessità del popolamento e hanno l’obiettivo di partecipare attivamente ai processi evolutivi dell’ecosistema. La verifica degli effetti di «feedback», di «retroazione», agli interventi è un requisito essenziale della gestione. In fase di sintesi, le coordinate per le scelte operative non tengono in considerazione i comuni parametri come il turno o le classi di diametro. La gestione sistemica comporta il decentranto del controllo e la diversificazione colturale.

La diversificazione colturale rende più complicato il controllo che, appunto per questo, è molto decentrato. I gestori, però, hanno il vantaggio, non trascurabile, di non doversi attenere a standard di riferimento. I piani di assestamento seguono criteri di elevata flessibilità. Lo studio del bosco diviene un prerequisito essenziale per la scelta e la prescrizione, caso per caso, degli interventi colturali. Di conseguenza, alla diversificazione colturale corrisponde anche la diversificazione dei prodotti (PR2).

I molteplici interessi, connaturati al sistema forestale autopoietico (SF2), hanno determinato un paradigma multidimensionale. (SF2) è un sistema in grado di soddisfare le esigenze della società e di valorizzare la ricchezza di esperienze delle comunità locali. La gestione tende a conseguire l’efficienza funzionale dell’ecosistema e a orientare i silvosistemi verso l’equilibrio ambientale. La gestione sistemica è altamente sostenibile poiché esalta le potenzialità di erogazione dei molteplici servigi e prodotti del bosco. La produttività, la resa e il valore economico sono dipendenti dall’ecosistema. La sostenibilità è indipendente dall’immissione di energia, lavoro e capitali. Ciò vuol dire che la produzione è legata a un basso livello di input esterni. E questo, poiché non incide in modo significativo sull’equilibrio dell’ecosistema, determina un’elevata stabilità ecologica, la capacità di conservare o aumentare la biodiversità, la ricchezza di alternative e un alto valore d’opzione.

 
 
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