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ConclusioniOrazio Ciancio La strategia per la gestione sostenibile e la conservazione della biodiversità forestale contempla la divisione sul piano teorico e pratico dell’arboricoltura da legno dalla selvicoltura. Tale separazione si concreta, da un lato, nella possibilità di ottenere una più alta e qualificata produzione legnosa e, dall’altro, in una più attenta tutela dei sistemi naturali e subnaturali e in una più oculata gestione del bosco. L’arboricoltura da legno e la selvicoltura sono discipline diverse ma complementari: la prima implica algoritmi colturali intensivi, l’uso di tecnologia avanzata e cicli relativamente brevi; la seconda promuove la ricostituzione del bosco degradato e la coltivazione dei boschi di origine naturale. La selvicoltura presuppone tempi più lunghi, utilizza metodi che agevolano la naturale distribuzione della vegetazione forestale e impiega tecniche che valorizzano le peculiarità del bosco come sistema. Su questi temi la ricerca scientifica si è molto prodigata, ottenendo risultati di rilievo che tuttavia non sempre trovano riscontro nella pratica. Evidentemente, oltre ai problemi di natura tecnica, ce ne sono altri, forse più difficili da risolvere, di natura politica e culturale. A questo proposito, è bene ricapitolare quanto prima osservato in merito ai sistemi forestali classico e autopoietico. Dal confronto emerge un dato: osservati da una particolare ottica, ciascuno dei due sistemi presenta vantaggi e svantaggi. Il sistema forestale classico (SF1) ha come fine la massimizzazione del profitto, affidato allo sfruttamento commerciale del bosco. La produttività è misurata solo in termini di biomassa. Gli effetti positivi relativi alla distensione, al paesaggio, all’uso turistico sono dovuti all’«effetto scia» connesso alla funzione prevalente di produzione legnosa. La gestione inevitabilmente è orientata all’uniformità colturale e a quella dei prodotti e dei servigi. La sostenibilità è strettamente legata all’immissione di dosi massicce di energia, lavoro e capitali. Questo però implica la riduzione della biodiversità, l’erosione genetica, la degradazione del suolo e, quindi, una serie di esternalità negative. Il sistema forestale autopoietico (SF2), invece, ha come fine prioritario il mantenimento delle condizioni di rinnovabilità biologica. La gestione è orientata alla diversificazione colturale e a quella dei prodotti e dei servigi e si traduce in un’azione in favore della conservazione della biodiversità e dell’informazione genetica, che è un «valore» inestimabile perché maturata in uno spazio temporale incommensurabile, dell’arricchimento di micronutrienti del suolo e di una lunga serie di esternalità positive. La sostenibilità non è legata all’immissione di energia, lavoro e capitali, se non in misura minima e comunque non tale da incidere sull’ecosistema. In conclusione, appare evidente che se si prende in considerazione l’intera gamma degli input e degli output, il sistema forestale autopoietico (SF2) è preferibile al sistema forestale classico (SF1) perché esso, oltre ad essere sostenibile e rinnovabile autonomamente, è anche bilanciato sul piano ecologico ed economico. Un sistema forestale di questo tipo adempie funzioni che vanno ben oltre la dimensione economica: arricchisce il suolo con i prodotti di scarto che alimentano una miriade di microrganismi, lo protegge dall’impatto delle piogge e del vento, attenuandone gli effetti erosivi, lo trattiene con le radici sui versanti, riducendo la quantità di limo nei corsi d’acqua e lungo le coste. Si configura come un serbatoio dove si accumula il carbonio, contribuendo a tenere in equilibrio il livello di biossido di carbonio nell’atmosfera e a combattere l’effetto serra. Ospita e offre sostentamento agli animali. Essendo una risorsa rinnovabile, dà luogo a processi di utilizzazione e di attività produttive. Qualcuno si domanderà come sia possibile conciliare la richiesta di legno, che peraltro aumenta costantemente, con la gestione sostenibile e la conservazione della biodiversità. Questo problema si può affrontare in vari modi. A esempio, con la riduzione dei consumi di legno e dei prodotti derivati - alle volte tanto elevati da diventare spreco -, con il riciclaggio del legno e della carta, con l’aumento dell’efficienza e l’ottimizzazione dei processi di lavorazione delle industrie del legno e delle attività di costruzione. Ma anche, e forse soprattutto, dando un forte impulso all’arboricoltura da legno, cioè con la costituzione di agrosistemi a carattere forestale, destinati alla produzione di legno di qualità o in gran quantità. Queste coltivazioni attenuano l’impatto sui silvosistemi. Questo però non vuol dire che il bosco deve essere lasciato a se stesso. Al contrario, deve essere coltivato con interventi discreti e mirati al mantenimento dell’equilibrio del sistema, in modo da fornire legno e, allo stesso tempo, evitare l’estinzione, la scomparsa o il temporaneo allontanamento di alcune specie vegetali e animali che, insieme alla qualità dell’aria, dell’acqua e dei suoli, rappresentano risorse che sono utili, è inutile sottolinearlo, quanto e più del legno. Res sic stantibus, è giunto il momento di elaborare una politica forestale che preveda la gestione dei boschi di origine naturale secondo i criteri guida della selvicoltura sistemica e l’aumento della produzione di legno secondo i criteri guida dell’arboricoltura da legno. Attualmente la politica forestale fa riferimento a linee di pensiero elaborate nel Nord e nel centro Europa che, ovviamente, tengono conto soprattutto di quelle realtà. I forestali che operano nella regione mediterranea devono dare un contributo di pensiero, di conoscenza scientifica, di sapienza tecnica, di cultura forestale in modo da promuovere una politica del settore più equilibrata, più rispettosa delle esigenze di tutti e in linea con le istanze che nascono dalla società. Nei Paesi industrializzati il bosco non è più minacciato dall’abuso per soddisfare le necessità primarie, lo è da un processo senza volto e senza anima: una pseudocultura che sa tutto dei prezzi ma non sa nulla dei valori. Una pseudocultura che considera necessario l’inutile, e superfluo l’indispensabile. L’augurio è che nell’interesse del settore forestale e soprattutto del Paese il secondo congresso di selvicoltura ne tenga conto. |
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