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La «questione forestale» e le scienze della complessitàOrazio Ciancio Il disboscamento a livello planetario aumenta a ritmi esponenziali. Per quanto incredibile possa sembrare, si calcola che la metà della perdita della foresta primaria sia avvenuta negli ultimi cinquanta anni. Questo dato dovrebbe far riflettere tutti, invece sembra che nessuno sia in grado di porre un freno a questa situazione. Il fatto è che gli interessi che gravitano intorno alla foresta tropicale sono enormi e bloccano ogni seria iniziativa in tal senso. La foresta tuttora è trattata non come una risorsa rinnovabile, ma come una miniera dalla quale si può estrarre quanto occorre fino all’esaurimento. Lo sfruttamento va ben oltre i limiti della rinnovabilità biologica e delle reali necessità. Il prelievo di legno segue criteri puramente speculativi. L’uso travalica nell’abuso. Eppure, mai come oggi, la globalità e la pervasività delle questioni ambientali e della salvaguardia delle foreste suscitano l’attenzione dei massimi esponenti politici del mondo. In Europa, da sempre, il bosco è sfruttato per attivare o per accrescere lo sviluppo economico. L’attività selvicolturale rientra nell’alveo dell’agricoltura scientifica, intensiva, meccanizzata, industriale e si svolge con l’intento di conseguire il massimo reddito fondiario. La foresta primaria è scomparsa da tempo. Ormai non restano che piantagioni e boschi coltivati, pianificati e controllati a fini commerciali. La superficie forestale complessiva non varia, almeno non in modo macroscopico. Ma si osserva un declino dei boschi. Oltre alla semplificazione compositiva, si rileva un rallentamento del tasso di crescita e, soprattutto, un elevato degrado della qualità dei suoli. Nel nostro Paese l’uso intensivo del bosco si è protratto per lungo tempo, provocando un deterioramento diffuso dell’ambiente. Il risparmio realizzato in questi ultimi anni, per effetto della contrazione delle utilizzazioni, dovuta principalmente ai bassi redditi e al conseguente abbandono della montagna da parte delle popolazioni, è andato e va perduto a causa dell’azione vandalica di speculatori senza scrupoli, i quali usano abilmente il fuoco per distruggere in poche ore quanto è stato conservato in vari lustri. Gli eventi disastrosi che purtroppo si susseguono con sistematica periodicità confermano questo dato. Dagli anni settanta il modo di guardare al bosco è cambiato. Si è compreso che esso svolge un ruolo importante per rendere vivibile il presente e possibile il futuro. La spinta per orientare lo sviluppo in modo diverso e sostenibile è divenuta sempre più forte. C’è stato un mutamento di rotta che si può configurare come una rivoluzione tecnica, scientifica, culturale. Il punto di svolta è avvenuto con l’affermazione dell’ecologia. L’elaborazione del pensiero ecologico ha dato luogo a un importante dibattito sui temi ambientali e ha generato una serie di movimenti culturali che, tra l’altro, hanno promosso la rivisitazione critica della «questione forestale» (Ciancio, 1992). Al dibattito hanno partecipato e partecipano specialisti di diversa estrazione culturale. L’intento è di allargare l’oggetto della ricerca a nuovi, più ampi orizzonti. È maturata una nuova consapevolezza che si traduce in una nuova cultura: la cultura della complessità. Questa presuppone il superamento del formalismo e del settorialismo accademico e della conseguente parcellizzazione del sapere. Sottende la ricomposizione delle conoscenze in un tutto organico. Implica lo studio e l’esegesi dei sistemi non lineari (Ciancio e Nocentini, 1994; 1996). Si è compreso che, oltre a quella ecologica, tecnologica, economica e sociale, esiste anche una «sostenibilità culturale» che non si può ignorare e della quale non si può fare a meno. L’integrità ecologica locale dipende da un bastione difensivo formato da scienza, valori e buon senso. La biologia può identificare gli ecosistemi e le comunità al loro interno, ma la cultura determina come questi vengono trattati (Grumbine, 1994). Oggi c’è una serie di discipline che vanno sotto il nome collettivo di scienze della complessità: la teoria generale dei sistemi, la cibernetica, la teoria dell’informazione e della comunicazione, la dinamica, la teoria dei sistemi autopoietici - in cui rientra il sistema bosco -, la teoria del caos, la teoria dei frattali, la teoria dei sistemi dinamici, la termodinamica del non equilibrio. In futuro si dovrà fare riferimento a queste discipline per descrivere i processi irreversibili del cambiamento. La freccia del tempo non si può capovolgere, né si può escludere. |
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