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La sostenibilità e l’indeterminismo classicoOrazio Ciancio L’esame delle numerose definizioni che si trovano in letteratura evidenzia la mancanza di una definizione formale di sostenibilità. Dalle difficoltà di questa condizione deriva la mancanza di un progetto politico che faccia parte di una strategia di gestione ambientale, coerente con le esigenze di una società in continua e rapida evoluzione. I problemi dell’ambiente e dell’ecologia si presentano come complessi e controversi. La discussione, tuttavia, non sempre è pacata e ben argomentata, spesso diviene passionale. Ma ciò non deve stupire, e per almeno quattro buoni motivi. Il primo di questi riguarda l’inclusione trasversale e la sovrapposizione di aspetti etici, filosofici, scientifici, tecnologici, economici, sociali, che non facilitano né l’elaborazione di teorie razionalmente giustificate, né la corretta chiarezza argomentativa (v. Scheda 1 e Tabella 1). Il secondo motivo è legato a quello che in campo scientifico si definisce indeterminismo classico. Anche se si conoscono esattamente le condizioni iniziali - la qual cosa, peraltro, in campo bioecologico non avviene quasi mai -, alcuni fenomeni non permettono di prevedere quello che succederà a una certa distanza di tempo. Un esempio è il cosiddetto «butterfly effect», l’effetto farfalla, [1] ben noto a chi si occupa di meteorologia. Si è certi di quello che succederà nel tempo di due tre ore, si è più incerti nel prevedere quello che succederà nello spazio di due tre giorni, nessuno può dire con certezza quello che accadrà nell’arco di un mese. Il terzo motivo deriva dal fatto che, messe in soffitta le ricette precise, le soluzioni indiscutibili, le spiegazioni perfette, si è compreso che spesso si opera in condizioni di ignoranza. Per esempio, ancora oggi non è dato sapere se c’è un limite di concentrazione di biossido di carbonio, oltre il quale le previsioni sugli effetti del cambiamento climatico divengono scorrette. Il quarto motivo si riferisce all’uso e all’abuso delle risorse - esauribili e rinnovabili - e agli sviluppi che ne conseguono. L’esaurimento delle risorse è un fenomeno di cui tanto si parla, ma del quale non si ha l’esatta percezione. Il fatto è che di norma esso è un fenomeno sotterraneo e, quindi, non si vede. Invece, l’inquinamento - che non è un giocattolo degli ecologi come la lunga serie di incidenti dimostra ampiamente - è un fenomeno di superficie e, appunto per questo, non può essere né negato, né ignorato, perché, oltretutto, con esso si devono fare i conti ogni giorno. Per uscire da questo stato di cose, che di certo non giova alla soluzione dei problemi, forse bisognerebbe porsi alcune domande. Qual è il capitale naturale critico, o, per quanto riguarda il settore forestale, il livello minimo dello stock necessario alla rinnovabilità biologica? Qual è la dimensione della provvigione minima critica compatibile con le necessità di consumo di legno e con il mantenimento della capacità di autopoiesi del sistema bosco? Esistono soglie che non possiamo permetterci di valicare senza rischi di entità imprevedibile? La ricerca e la sperimentazione non dovrebbero sostenere un maggior impegno per individuare le soglie critiche di intervento e suggerire soluzioni accettabili e sul piano tecnico-scientifico e su quello etico? Il riduzionismo e la ripetibilità sperimentale, che fanno parte dello statuto del paradigma meccanicistico, non sono compossibili con le caratteristiche bioecocolturali del bosco. In primo luogo perché, come direbbe Lorenz (1963), c’è dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali. In secondo luogo, perché c’è connessione fra imprevedibilità e aperiodicità. A ogni evento naturale o a ogni azione umana il bosco reagisce determinando una nuova realtà, sintesi di interazioni e di interconnessioni. Una realtà irreversibile, imprevedibile, irripetibile, dunque. E, proprio per questo, quasi sempre non corrispondente alle attese (Ciancio et al., 1994a; 1994b). «Nella realtà ci sono instabilità e fluttuazioni. Tutti i sistemi termodinamici sono sistemi fluttuanti. Per essi valgono altre leggi: le leggi di probabilità, che non consentono in alcun modo di predire il futuro» (Prigogine, in Giovanni Maria Pace, 1997). Nonostante i progressi nel campo dell’ecologia e l’evoluzione del pensiero forestale, la selvicoltura, l’assestamento e l’economia forestale procedono ancora secondo i canoni dei processi lineari. La scienza ufficiale, accademica, non tiene conto «che diventano essenziali la freccia del tempo e la probabilità». La freccia del tempo accomuna l’intero universo e paradossalmente porta alla diversità. Il concetto di probabilità implica che «il futuro non è dato, è incerto, gli avvenimenti non sono prevedibili». Oggi noi sappiamo che «l’irreversibilità è costruttiva e che l’aumento dell’entropia è associato sia all’ordine che al disordine». «In natura s’incontra stabilità dove ci si aspetta di trovare varietà, e si trova varietà dove invece ci si attende stabilità» (Ilya Prigogine 1979; 1991). Nelle scienze forestali, la soluzione dei problemi connessi alla gestione del bosco con gli schemi del vecchio paradigma - incentrato sulla visione meccanicistica e sul metodo riduzionistico - ormai è considerata inadeguata e inattuale. I limiti sono emersi con lo sviluppo delle conoscenze nel campo dell’ecologia applicata, con l’affermazione del pensiero sistemico, con il riconoscimento al bosco di nuovi valori. Ma a questa presa di coscienza ancora non si connette una teoria in grado di spiegare in modo adeguato la nuova dimensione forestale. Il paradigma scientifico, identificato anche come cartesiano o newtoniano, si basa sul concetto di oggettività della scienza. Le descrizioni sono considerate scientifiche se indipendenti dall’osservatore e dal processo di conoscenza. In breve, secondo questa visione la conoscenza si costruisce passo dopo passo in modo indefinito, nella presunzione di pervenire a certezze definitive. Da tempo in campo scientifico domina la metafora secondo la quale la conoscenza si configura come un edificio, con le fondamenta, i mattoni di base… L’atteggiamento nei confronti dell’oggetto di studio - nella fattispecie il bosco - è quello del dominio e del controllo (Ciancio e Nocentini, 1996b). Il nuovo paradigma scientifico, invece, si basa sul concetto di intersoggettività della scienza. Le descrizioni dei fenomeni sono dipendenti anche dall’osservatore. La metafora della conoscenza è quella della rete di rapporti. Il processo di conoscenza si fonda sulla visione sistemica. L’approccio sperimentale è quello olistico. Si procede con il metodo scientifico per tentativi e eliminazione degli errori, cioè per approssimazioni successive. In campo forestale il nuovo paradigma scientifico attualmente non trova consenso in ambito accademico e tecnico. Ciò è dovuto al fatto che c’è una cultura positivista che considera la scienza separata dall’etica e dall’estetica. Ma, come afferma Marcuse (1966), «una scienza separata dall’etica è una scienza vuota di arte ed estetica». In campo scientifico una teoria, un’espressione matematica, acquisisce consenso se è considerata elegante, bella, come si usa dire in gergo. In campo biologico si cercano spiegazioni scientifiche attraverso l’analisi che è espressione del continuo e non attraverso l’esame del discontinuo che è patrimonio di tutti i sistemi. Uno dei punti fondamentali della cultura positivista è venuto a cadere nel momento in cui ci si è resi conto che la complessità non può essere interpretata e spiegata attraverso l’attuale linguaggio matematico. Plank, riprendendo un’affermazione di Galileo, affermava che il trionfo di una nuova verità scientifica non si deve al fatto che essa riesce a convincere i suoi oppositori e a far loro vedere la luce, ma solo al fatto che infine i suoi oppositori muoiono e cresce una nuova generazione che ha familiarità con essa. Come sempre. E, invece, bisognerebbe avere la consapevolezza che le frontiere di oggi saranno i limiti di domani. [1] Secondo il cosiddetto «effetto farfalla», il battito delle ali di una farfalla in America, a distanza di tempo, potrebbe provocare un uragano in Giappone. Ciò, senza alcun dubbio, è paradossale, eppure in un certo senso è vero. In campo meteorologico non sono rari fenomeni che amplificano a dismisura azioni di modesta entità. Si fa rilevare che Pascal aveva espresso un concetto similare: “Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, tutta la storia sarebbe cambiata”, pertanto, si potrebbe anche parlare di «effetto Cleopatra» (Toraldo di Francia, 1993). |
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