|
||||||||
|
Benvenuto Ospite |
||||||||
|
Scheda 1 - Le strategie di gestione ambientalea cura di Susanna Nocentini Il dibattito sul reale significato di «sostenibilità» e sviluppo «sostenibile» ha interessato e continua a interessare il mondo scientifico, economico e politico. Oltre alle definizioni generiche legate al concetto di equità intra e intergenerazionale riportate nei vari rapporti e risoluzioni internazionali, studiosi di diversi settori - ecologi, economisti, sociologi, politologi, umanisti, filosofi... - hanno tentato di dare a questi termini una definizione. Il dibattito ha evidenziato una serie molto differenziata di posizioni che riflettono spesso la formazione culturale o l’appartenenza a diversi filoni disciplinari dei partecipanti. Pezzey (1989) ha trovato più di 50 concetti che riguardano le definizioni di sostenibilità. Il World Resources Institute e l’International Institute for Environment and Development (1986) considerano la sostenibilità - almeno nella forma di sviluppo sostenibile - come un concetto sdruccioloso, comodo ma mal definito. Secondo O’Riordan (1985) utilizzazione sostenibile è un concetto ambiguo che non ha alcuna dimensione temporale, spaziale, ecologica, tecnologica o gestionale. Caldwell (1984) osserva che il concetto di sviluppo ecologicamente sostenibile può essere facilmente definito in teoria ma la complessità ecologica e economica di qualsiasi situazione concreta rende sicuramente diversa e più difficile la realtà della teoria. Brown et al. (1987) si domandano se «sostenibilità» non stia diventando rapidamente uno di quei termini trascendentali, come «tecnologia appropriata» o «qualità dell’ambiente» che sono le chiavi di volta della politica e della ricerca ambientale, anche se sono difficili da misurare e raramente sono definiti esplicitamente. Essi ritengono che il significato di sostenibilità è strettamente dipendente dal contesto in cui è applicato. Dal punto di vista sociale essi definiscono la sostenibilità come la soddisfazione continua di necessità umane basilari - cibo, acqua, riparo - insieme a necessità culturali e sociali di più alto livello, come sicurezza, libertà, educazione, lavoro e ricreazione. La sostenibilità in una prospettiva ecologica è definita come la continua produttività e funzionalità degli ecosistemi. Da un punto di vista economico, invece, la definizione di sostenibilità è molto più elusiva. Secondo Shearman (1990) il termine sostenibile non è per niente ambiguo, ma si è fatto in modo che lo diventasse. Egli rileva che il termine sostenibilità può essere interpretato in due modi. Il primo è di tipo lessicale, cioè la definizione del vocabolario: «la capacità di essere mantenuto» (Oxford English Dictionary). Questa definizione secondo Shearman è autoreferente e quindi non utile. Il secondo significato di sostenibilità è un significato di tipo implicativo, legato al messaggio implicito nel termine al di là del suo significato lessicale. Per questo motivo il significato di sostenibile varia in funzione del contesto in cui è usato. A suo parere bisogna smettere di chiedersi cosa significa sostenibile e cominciare a ragionare su quali siano le implicazioni quando lo si applica per modificare un particolare contesto. Egli si chiede quale sia il quadro concettuale necessario per comprendere le questioni legate a uno sviluppo ecologicamente sostenibile nel contesto sociale, economico e etico. L’aspetto etico a suo parere è fondamentale perché se non si chiariscono i valori alla base delle scelte la discussione non ha senso. Dobbiamo chiarire le motivazioni che ci spingono verso la sostenibilità. Egli distingue fra visione antropocentrica e visione non antropocentrica. Nella prima la questione è della responsabilità morale degli esseri umani nei confronti di altri umani; nella seconda della responsabilità morale degli esseri umani verso l’ambiente. Secondo Shearman l’ostacolo principale nell’accettare la prospettiva non antropocentrica nel paradigma dello sviluppo sostenibile deriva dalla difficoltà di giustificare razionalmente tale prospettiva. Il problema principale è legato al rischio di separazione della politica ambientale dalle questioni legate ai diritti umani e alla giustizia sociale. Per esempio l’Aga Khan (1986) ha sostenuto che la visione non antropocentrica è troppo stretta perché non riesce a distinguere le persone, che dipendono per la loro vita dalle risorse naturali, dagli alberi. Inoltre, per la gente è più facile comprendere il significato della conservazione o della preservazione quando queste azioni sono collegate al benessere dell’umanità. Un approccio non antropocentrico quindi per ora può basarsi solo su un’attrattiva di tipo intuitivo. Shearman riconosce che un approccio di tipo non antropocentrico potrebbe avere in futuro un ruolo più importante, ma ritiene che per il momento è più opportuno affrontare le questioni che riguardano lo sviluppo economico solo dal punto di vista degli interessi e del benessere umano. Secondo Shearman il punto è che crescita economica e sviluppo economico non sono necessariamente sinonimi. Se si accetta il fatto che vivere bene è fondamentalmente importante non solo per noi ma anche per le future generazioni, allora perseguire in un tipo di sviluppo che non è ecologicamente sostenibile non sarebbe solo contraddittorio ma anche immorale. Egli conclude che se la sostenibilità è un concetto alla ricerca di un contesto e non alla ricerca di un significato, allora la strada diventa meno dispersiva. A suo parere bisogna cominciare ad affrontare questioni come: perché la sostenibilità è desiderabile? Quale forma di sostenibilità è migliore? Con quali mezzi bisogna cercare di ottenere la sostenibilità? Queste domande sono necessarie perché la sostenibilità, più della gestione dell’ambiente, riguarda la gestione di noi stessi. Una sferzante critica del concetto di sviluppo sostenibile è quella di Clark (1995) sull’Annual Review of Ecology and Systematics. Egli sostiene che il concetto di sviluppo sostenibile presentato dalla WCED (1987) - World Commission on Environment and Development - si basava sul presupposto che sviluppo economico e protezione ambientale fossero compatibili - anzi che lo sviluppo economico favoriva la sostenibilità ambientale. Secondo la WCED una crescita economica del 3-6% avrebbe salvaguardato gli ecosistemi e il futuro benessere dell’umanità. Questa impostazione di base - compatibilità tra sviluppo economico e protezione ambientale - è stata ripresa a Rio e inclusa nell’Agenda 21. Clark sostiene che la realtà dei fatti smentisce questo presupposto: chi è impegnato nello sviluppo economico a scala locale, nazionale o globale è indifferente o ignora il concetto di sviluppo sostenibile. Secondo la WCED lo sviluppo sostenibile promette la soluzione della crisi ambientale senza alcuna riduzione del tenore di vita dei più ricchi. Per questo l’idea è stata subito raccolta da tutti i decisori più abbienti nei vari paesi. Questa idea di sviluppo sostenibile deriva più dagli economisti che da scienziati o umanisti. Secondo questa visione una volta trovati capitali sufficienti, stabilizzate le forze di lavoro, modernizzata l’industria e l’agricoltura, democratizzato e burocratizzato le amministrazioni sul modello europeo o nord-americano si otterrebbe uno sviluppo sostenibile. Ma in questa visione l’ambiente appare sempre come un contenitore di preziose risorse. La WCED e l’Agenda 21 non sono riuscite a sollevare queste idee a un livello più alto. Secondo Clark le élites nazionali del primo e del terzo mondo erano così legate alle formule ritualistiche dello sviluppo economico che non fecero altro che intonare le vecchie preghiere per un aumento del prodotto nazionale lordo pro capite. A suo parere i principali nemici di uno sviluppo veramente sostenibile sono la globalizzazione dell’economia e del controllo. Egli cita Worster (1993) quando sostiene che lo sviluppo sostenibile, poiché non ha un’etica del territorio (land ethic) ed è radicato in una visione del mondo materialistica, non può proteggere gli ecosistemi da forze esogene. |
|
||||||
Ricercaforestale.it risulta conforme alla vigente normativa sull'editoria (L. 62 del 7 marzo 2001), non trattandosi di pubblicazione avente carattere di periodicità, bensì di prodotto aggiornato a seconda del materiale ricevuto e disponibile per l'inserimento. ![]() Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di Ricercaforestale sono rilasciati sotto licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Unported. ![]() Risoluzione consigliata: 1024x768. |
||||||||