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Sviluppo economico e protezione dell’ambientea cura di Susanna Nocentini La difficoltà di conciliare lo sviluppo economico con la protezione dell’ambiente appare come la questione discriminante nel dibattito sul ruolo dell’economia e degli economisti nel delineare strategie di sostenibilità. Secondo Nelson (1995) il sistema di valori che caratterizza il pensiero degli economisti si basa su tre concetti:
Per questo motivo la risposta di molti economisti ai problemi ambientali e al rischio di collasso ambientale è che una maggiore crescita economica può portare a un più alto livello di benessere e quindi a una maggiore consapevolezza e a un maggior rispetto dell’ambiente. Thurow (1980), riflettendo le posizioni della maggior parte degli economisti classici, afferma che «le preoccupazioni sull’esaurimento delle risorse naturali sono difficili da razionalizzare dal punto di vista dell’economia». A suo parere una società a crescita economica zero porterebbe alla disoccupazione, a una maggiore diseguaglianza e a una minaccia per la pace. L’economista Julian Simon (1983; 1990; Simon e Kahn, 1984) ritiene che la sostenibilità non rappresenti un problema significante poiché l’umanità ha sempre cercato di evitare la scarsità Malthusiana attraverso la sostituzione delle risorse e la creatività tecnologica. Questa visione, secondo Clark (1995), deriva dal pensiero di economisti come Hotelling (1931) che svilupparono teorie sul tasso ottimale di consumo delle risorse. Queste teorie prevedevano che quando una risorsa si fosse esaurita non sarebbe più stata desiderata dall’umanità, perché sostituita da una nuova risorsa creata dall’avanzamento tecnologico. Esemplificativo di queste posizioni è l’attacco di Barnett (1974) al rapporto di Meadows et al (1972). Contro queste posizioni si levò la voce di una minoranza dissenziente. Prima Boulding (1966), poi Georgescu-Roegen (1971), Schumacher (1973) e Daly (1974; 1990; Daly e Cobb, 1989) accusarono l’economia convenzionale basata sul mercato di ignorare la dipendenza dell’umanità dal mondo naturale. Boulding per indicare la Terra usò la metafora di un’astronave dove gli uomini sono costretti a riclicare i loro rifiuti per sopravvivere. Georgescu-Roegen (1971) indicò nella seconda legge della termodinamica e nel concetto di entropia un rilevante ostacolo a una crescita economica illimitata. Daly condannò la mania di crescita e l’economia che la sostiene, sostenendo la causa di un’economia steady state nella quale il capitale naturale si deve conservare intatto per le future generazioni. Secondo Daly (1973) sono sostenibili quelle condizioni che consentono l’esistenza della razza umana sulla terra per il più lungo tempo possibile. Sostanzialmente questi autori mettevano in guardia gli economisti sul fatto che se non si teneva conto della prima e della seconda legge della termodinamica si sarebbe messo in pericolo tutta la vita sul pianeta. Essi sottolineavano che oggi nei confronti dei popoli preindustriali viviamo in una condizione di alta entropia. Brown et al. (1987) concludono che vi è una precisa divisione fra gli economisti che vedono nella crescita continua l’elemento essenziale di una economia sostenibile e quelli che invece ritengono indispensabile un’economia di tipo steady state o una crescita economica zero. Secondo Nelson (1995) non c’è alcun modo per rispondere alla domanda se i tassi attuali di crescita economica possono continuare nel futuro senza creare stress ambientali inaccettabili. Tutte le previsioni passate sulla disponibilità di risorse, fonti energetiche, cibo, ecc. sono state sbagliate. In realtà si tratta di scegliere fra due rischi: 1) imporre dei sacrifici oggi che potrebbero rivelarsi inutili, e quindi danneggiare le generazioni attuali senza alcun vantaggio per le generazioni future; 2) non prendere precauzioni oggi e rischiare di danneggiare le future generazioni. Per complicare la questione, c’è il fatto che il sistema di valori della maggior parte degli economisti considera l’ambiente come un fattore di produzione. Questo modo di vedere l’ambiente come una utilità è riduttivo e offensivo per molte tradizioni religiose. A esempio, la visione calvinista e protestante considera la natura una manifestazione della presenza di Dio nell’universo, sorgente di illuminazione religiosa e di ispirazione spirituale. Toman (1992) propone di adottare il concetto del minimo standard sicuro (safe minimum standard), concetto già proposto, anche con altri termini, da economisti, ecologi, filosofi e altri studiosi. Secondo Clark (1995) sul piano economico bisogna lasciare da parte la mentalità contabile. Bisogna considerare la sostenibilità ambientale come un bene in sé, come un diritto. Lo stesso vale per la biodiversità (v. Ehrenfeld, 1988; Wilson, 1992; Daly e Cobb, 1989). La sostenibilità richiede la simultanea applicazione dei principi ecologici e della giustizia sociale. Una argomentazione che rigetta l’equità deve essere respinta tanto quanto una argomentazione che rifiuta la sostenibilità ecologica. Malone (1976), Holdgate et al. (1982) e Wilson (1992) condannavano l’antropocentrismo e applicavano valori etici alla conservazione. Questi ricercatori, insieme a Sachs (1993) e Worster (1993), accusano la teoria economica contemporanea per la sua applicazione incondizionata di valori antropocentrici e strumentali. Colby (1991), esaminando le diverse posizioni nei confronti delle relazioni uomo-natura, individua cinque diversi paradigmi che egli definisce: 1) economia di frontiera; 2) protezione ambientale; 3) gestione delle risorse; 4) eco-sviluppo; 5) ecologia profonda. Per ogni paradigma esamina gli imperativi dominanti, i pericoli o rischi (minacce allo sviluppo), i diversi modelli di riferimento teorici per il funzionamento del mondo, le soluzioni e le strategie di gestione preferite. I due limiti estremi sono rappresentati dall’economia di frontiera e dall’ecologia profonda. «Economia di frontiera» è la perifrasi di un termine usato da Kenneth Boulding (1966) per descrivere l’approccio che dominava nella maggior parte dei paesi almeno fino alla fine degli anni sessanta. In sintesi, la natura è trattata come una sorgente infinita di risorse fisiche per l’uso umano, e come una discarica illimitata dei sottoprodotti del consumo (inquinamento e degradazione ecologica). Il flusso delle risorse dalla natura verso il mercato e il flusso dei rifiuti dal mercato verso l’ambiente non era considerato dall’economia perché si riteneva che potesse essere infinito. L’economia neoclassica si preoccupava soprattutto dell’allocazione delle risorse che si riteneva essere finite, mentre l’economia marxista si preoccupava della distribuzione delle risorse. Secondo Lester Thurow (1980) le «preoccupazioni per l’esaurimento delle risorse naturali erano difficili da razionalizzare dal punto di vista dell’economia». Così la natura era sganciata completamente dall’economia. Il paradosso che ne deriva è il creare valore attraverso la scarsità di una risorsa. Secondo il «Programma tecnologico» di Francis Bacon per lo sviluppo della scienza moderna, la natura esiste solo per il bene strumentale dell’uomo che ha il diritto di manipolarla e trasformarla per renderla più adatta ai suoi bisogni. Un esempio calzante di questo paradigma è, secondo Colby, l’agricoltura moderna. Il dominio del paradigma della «economia di frontiera» cominciò a indebolirsi negli anni sessanta, soprattutto dopo la pubblicazione del libro «Silent Spring» di Rachel Carson. Il problema dell’inquinamento non poteva essere risolto dalla contrapposizione economia di frontiera-protezione assoluta. Si cominciò a percepire la necessità di fare qualche compromesso. Si passò alle valutazioni di impatto ambientale. La politica si concentrò sul controllo del danno (limitazione del danno). L’atteggiamento era di tipo difensivo, non propositivo. L’analisi economica era sempre all’interno dell’economia neoclassica, con il riconoscimento dell’ambiente come una esternalità economica. In questo periodo si assiste alla creazione di Ministeri di protezione ambientale. Piccole aree di territorio pubblico cominciarono a essere dedicate alla conservazione. Anche la conferenza di Stoccolma (1972) andava in pratica in questo senso, una direzione che Colby definisce di tipo «rimediativo». Un’altra pietra miliare, secondo Colby, fu la pubblicazione del rapporto The Limits to Growth del Club di Roma. Questo tentativo di modellizzazione è stato molto criticato perché portava a conclusioni pessimistiche sulla base di estrapolazioni lineari di tendenze in atto. Ma in realtà molti dei pericoli previsti rimangono ancora seri, nonostante si legga spesso che quegli scenari cupi sono stati smentiti. Il paradigma incentrato sulla Gestione delle risorse è il tema base di rapporti come “Our common future” o Rapporto Bruntland. Rappresenta una estensione dell’economia neoclassica in modo da includere tutti i tipi di capitali e di risorse nel calcolo della contabilità nazionale, della produttività, delle politiche per lo sviluppo e degli investimenti. Ma il termine risorsa implica la loro completa disponibilità per l’umanità. Lo sviluppo sostenibile dipende dall’ambiente. Diventa fondamentale il problema del cambiamento climatico e di come gestirlo. Colby rileva che, sebbene vi sia molta retorica in questo senso, per molti si è dimostrato impossibile capire il significato operativo della «gestione sostenibile». L’imperativo neoclassico della crescita economica è ancora visto come l’obiettivo primario dello sviluppo (e in questo Colby concorda con la critica di Clark, 1995), ma la sostenibilità è vista come il limite necessario per una crescita «verde» (Pezzey, 1989). Si tende a mettere i giusti prezzi a tutte le risorse e a imbrigliare le forze del mercato verso una gestione ambientale efficiente. Un esempio sono i permessi di emissione di inquinanti scambiabili. In pratica, secondo Colby, l’ecologia è economizzata. L’eco-sviluppo (Riddell, 1981; Sachs, 1984; Glaeser, 1984) si propone esplicitamente di ristrutturare le relazioni fra società e natura in un «gioco a somma positiva», riorganizzando le attività umane in modo da renderle sinergiche con i processi ecologici, in opposizione al ritorno alla natura in una simbiosi semplice sostenuta dall’Ecologia profonda. La parola sviluppo, piuttosto che crescita, gestione o protezione, connota esplicitamente un riorientamento e un innalzamento del livello di integrazione fra preoccupazioni sociali, ecologiche e economiche. Il modello economico di un sistema chiuso è rimpiazzato da un modello di una economia termodinamicamente aperta immersa negli ecosistemi. Invece che «chi inquina paga» si muove verso «prevenire l’inquinamento paga». I processi industriali e agricoli dovrebbero mimare o usare i processi ecologici naturali. L’incertezza ecologica deve essere inclusa nei processi decisionali economici e di pianificazione. L’eco-sviluppo cerca di incorporare anche le preoccupazioni sull’equità sociale e culturale. Si riconosce il valore dei saperi e dell’esperienza indigena. L’eco-sviluppo va verso l’ecologizzazione dell’economia. Fra antropocentrismo e biocentrismo sceglie l’ecocentrismo: l’uomo non è né sopra né sotto la natura. Sul piano della gestione la pianificazione dovrebbe essere fatta da tutti quelli che hanno interessi in gioco. La geofisiologia di Lovelock può dare idee utili per affrontare i problemi ambientali. I lavori di Norgaard (1988) sulla coevoluzione di uomo e natura vanno in questo senso. L’ecologia profonda è stata largamente interpretata come l’opposto dell’economia di frontiera. Colby la interpreta come il tentativo di sintetizzare molti vecchi e alcuni nuovi atteggiamenti filosofici riguardo ai rapporti fra la natura e l’attività umana. L’ecologia profonda cerca di collegare alcuni aspetti scientifici dell’ecologia sistemica con una visione biocentrica della relazione uomo-natura. All’estremo l’uomo diventa subordinato alla natura. Si concretizza in una Eco-topia, in una armonia forzata fra uomo e natura. Secondo Colby l’eco-sviluppo consente un rapporto fra uomo e natura più creativo rispetto all’ecologia profonda. Colby conclude la sua analisi sottolineando come ancora, purtroppo, il dibattito sia polarizzato: lo sviluppo contro l’ambiente. Occorre superare questa polarizzazione. Nessun paradigma ha tutte le soluzioni, ma il tempo, a suo parere, sembra andare verso l’eco-sviluppo. Ma non è detto che i sostenitori dei diversi paradigmi riescano a parlare, scontrandosi se necessario, per arrivare a una sintesi. |
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