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Indice argomenti - Selvicoltura - Gestione ambientale - Il ruolo dell’ecologia e della ricerca scientifica

   19-Mar-2007  Stampa solo questa pagina  Mostra la mappa

Il ruolo dell’ecologia e della ricerca scientifica

a cura di Susanna Nocentini

Nel campo dell’ecologia come disciplina accademica il dibattito si è incentrato soprattutto sul ruolo degli ecologi e della ricerca scientifica nel favorire la transizione verso uno sviluppo sostenibile.

Secondo Hilborn et al. (1995), l’utilizzazione sostenibile di risorse rinnovabili dipende dall’esistenza di un surplus riproduttivo, che è determinato dal rapporto fra nascite, morti e accrescimento somatico. Per lungo tempo il punto di partenza per le analisi riguardanti l’utilizzazione di popolazioni è stata la curva logistica. Le teorie più semplici hanno trattato le dinamiche delle popolazioni come se si svolgessero in un ambiente non mutevole. Invece la regola sono fluttuazioni e cambiamenti. Ragionando in termini di «stock and flow» per una risorsa che ha un tasso di rinnovazione facilmente prevedibile, si può affermare che finché il tasso di utilizzazione non eccede il tasso di rinnovazione, lo stock della risorsa non si esaurirà [1]. Il problema quando si ha a che fare con una risorsa biologica complessa (pesci, foreste) è che ci sono molte variabili che influenzano quando come e quanto si può utilizzarla senza intaccare l’integrità base della risorsa. Le risorse biologiche complesse sono associate a una maggiore incertezza rispetto alle risorse fisiche singole.

Secondo Mayr (1982) l’«emergenza», cioè la generazione di qualità o proprietà insospettate a livelli di integrazione più elevata in sistemi gerarchici complessi, è molto più importante in sistemi viventi che in sistemi inanimati. Per quanto riguarda la ricerca nel settore della gestione sostenibile si possono individuare due diverse strade. Una scuola di pensiero suggerisce che una intensa e dettagliata ricerca scientifica sulle basi biologiche dei sistemi può fornire un miglioramento nella conoscenza che a sua volta porterà a una migliore gestione. Una seconda scuola di pensiero sostiene che la scala spazio-temporale della maggior parte dei sistemi considerati è tale che la ricerca scientifica tradizionale non fornirà nessun miglioramento utile della conoscenza, mentre un miglioramento nei sistemi di gestione e di monitoraggio porteranno maggiori benefici.

Sia Holling (1993) che Lee (1993) sostengono che vi è un ruolo importante per la ricerca scientifica, ma non se è disciplinare, riduzionista e separata dalla gente, dalle politiche (policies) e dalla politica (politics). Per Holling (1993) la ricerca che serve deve essere interdisciplinare, non lineare, focalizzata sull’interazione fra processi lenti e processi veloci, e dovrebbe studiare fenomeni che attraversano più scale.

Clark (1995) afferma che gli scienziati devono smettere di trincerarsi dietro al muro dell’obiettività e con le loro conoscenze scientifiche devono diventare i sostenitori di politiche che siano consistenti. Egli mette in guardia contro l’abitudine a nascondersi dietro alla necessità di più fondi per avere risposte utili per essere applicabili.

Come hanno obiettato Ludwig et al. (1993), ritenere che l’ignoranza in campo scientifico sia il problema fondamentale per la sostenibilità è semplicistico. Essi sostengono che non è possibile trovare un «consenso scientifico» nei riguardi delle risorse e dell’ambiente. A loro parere vi è un fatto comune a tutta la storia: le risorse vengono inevitabilmente sovrasfruttate, spesso fino al punto di collasso o estinzione. Questo dipende dai seguenti fattori:

  1. la ricchezza o la prospettiva della ricchezza genera il potere politico e sociale che è usato per promuovere uno sfruttamento illimitato delle risorse;
  2. la comprensione e il consenso scientifico sono impediti dalla mancanza di controlli e ripetizioni, così che ogni nuovo problema richiede di esaminare un nuovo sistema;
  3. la complessità che sta alla base dei sistemi biologici e fisici preclude un approccio di tipo riduzionista alla loro gestione; i livelli ottimali di sfruttamento devono essere individuati per tentativi e eliminazione degli errori;
  4. gli elevati livelli della variabilità naturale nascondono gli effetti della sovrautilizzazione: una sovrautilizzazione iniziale non può essere riconosciuta finché non è molto forte e spesso irreversibile.

In tale circostanza gli eventi futuri non possono essere previsti e anche tentativi ben intenzionati per utilizzare le risorse responsabilmente possono portare a conseguenze disastrose. E, per esemplificare questi concetti, citano i casi di sovrautilizzazione di risorse marine (pesci) e di sfruttamento forestale (in Repetto e Gillis, 1988).

Per gestire in maniera sostenibile Ludwig et al. (1993) ritengono che bisogna procedere in maniera più cauta, e in particolare:

  1. includere le motivazioni umane come parte del sistema che deve essere studiato e gestito;
  2. agire prima di aver raggiunto il consenso scientifico - aspettare di avere più risultati sperimentali prima di agire potrebbe essere una tattica per ritardare l’azione;
  3. fare affidamento sui ricercatori per riconoscere i problemi, ma non per porre rimedio a questi: il giudizio dei ricercatori è spesso fortemente influenzato dalle loro conoscenze nelle rispettive discipline, ma le più rilevanti questioni riguardanti le risorse e l’ambiente concernono interazioni che richiedono molte discipline;
  4. non fidarsi della definizione di sostenibile. Il lavoro della commissione Bruntland soffre del continuo riferimento a una sostenibilità che dovrebbe essere ottenuta in un modo non specificato;
  5. confrontarsi con l’incertezza.

Gli autori concludono che solo se ci liberiamo dall’illusione che la scienza e la tecnologia (se lautamente finanziate) possono trovare una soluzione ai problemi delle risorse o della conservazione, è possibile intraprendere azioni appropriate. Vi è già una ben sviluppata teoria di decisione in condizioni di incertezza. Tra l’altro, molti dei principi delle decisioni in condizioni di incertezza sono semplicemente buon senso. Dobbiamo provare, sperimentare, monitorare i risultati, aggiornare le conoscenze e modificare le politiche di conseguenza, e favorire azioni che siano reversibili. Purtroppo la comunità scientifica ha aiutato a perpetuare l’illusione che si possa raggiungere uno sviluppo sostenibile attraverso il progresso scientifico e tecnologico. I problemi delle risorse non sono propriamente problemi dell’ambiente; sono piuttosto problemi umani che noi abbiamo creato in una varietà di sistemi politici, sociali e economici.


[1] In campo forestale il sustained yield si è basato su questo principio. Il problema che nessun forestale evidenzia è che per rendere prevedibile il tasso di rinnovazione si è semplificato oltre misura la foresta…[Nota dell’A.].

 
 
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